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Schiaffo del Consiglio di Stato al governo: “Su gestione del Covid serve trasparenza”

C’è un problema trasparenza nel governo. Ma va, che scoperta! Noi lo denunciamo dalla prima ora della pandemia. E il leader di ItalExit, Gianluigi Paragone, lo ha detto chiaro e torno in Senato al ministro Speranza. Non si sa nulla dei contratti sui vaccini, non si sa nulla delle mancate zone rosse durante la prima ondata, non si sa nulla di nulla. Adesso, però, a dire che la trasparenza è necessaria e obbligatoria è il Consiglio di Stato, che scrive: “Il governo deve essere una casa di vetro”. Lo hanno messo nero su bianco in una sentenza e fissa un principio che sa di bacchettata nei confronti del ministero della Salute diretto da Roberto Speranza. (Continua a leggere dopo la foto)

“L’esecutivo – scrivono i giudici – deve garantire massima trasparenza sugli atti con cui le autorità sanitarie hanno inteso fronteggiare, sin dal principio, la diffusione della pandemia da Covid-19”. Trasparenza fino ad oggi non proprio dimostrata nei fatti. Come spiega Giuseppe De Lorenzo su Il Giornale, “il monito è contenuto all’interno della sentenza del 24 giugno scorso con cui i cinque giudici del Consiglio di Stato, presieduti dal presidente Franco Frattini, hanno dichiarato “improcedibile” il ricorso presentato dal ministero della Salute sulla sentenza del Tar del Lazio che aveva condannato il dicastero a rendere pubblico il “piano segreto” anti-Covid”. (Continua a leggere dopo la foto)

Ad agosto del 2020 due deputati, Marcello Gemmato e Galeazzo Bignami, presentano un accesso agli atti per ottenere copia del “Piano nazionale emergenza” rivelato ad aprile in una incauta intervista al Corsera dal dirigente Andrea Urbani. “Caduta nel vuoto la richiesta, i due si rivolgono al Tar, combattono un’infuocata battaglia legale con l’Avvocatura dello Stato e infine vincono: a gennaio 2021 il Tribunale condanna il ministero “all’esibizione entro 30 giorni del documento”. Il 17 febbraio un “piano” finisce sul sito, ma è datato febbraio e non gennaio come dichiarato da Urbani”. E qui la faccenda si complica. (Continua a leggere dopo la foto)

Il ministero ritiene infatti che il “piano segreto” citato nell’intervista non esista, ma che vi siano solo degli “atti istruttori” che – in quanto tali e classificati – non potevano essere resi pubblici all’epoca dell’accesso agli atti. “Così, pur fornendo ai deputati quel “piano nazionale anti Covid” di febbraio, l’Avvocatura decide lo stesso di presentare ricorso. Un po’ per evitare di dover sopperire alla condanna alle spese. E un po’ per una questione di principio: voleva veder “affermare la piena legittimità della propria condotta” e sanare il “pregiudizio gravissimo e irreparabile” che il Tar avrebbe cagionato “sull’operato e la serietà dell’Amministrazione sanitaria””. (Continua a leggere dopo la foto)

Scrive Il Giornale: “Non proprio una vittoria per il dicastero, che aveva chiesto il rigetto del ricorso sulla domanda di accesso civico formulato in principio dai deputati. La sentenza è chiara. Primo: in quanto alle spese, il Consiglio di stato dispone che i due deputati vengano rimborsati i costi sostenuti per attivare il ricorso al Tar. Secondo: pur ammettendo che vi fossero “esigenze di riservatezza” sul Piano anti-Covid, i giudici sottolineano che il ministero ha fatto valere questo dettaglio solo in secondo grado. E poi riconoscono che “il documento richiesto” da Bignami e Gemmato con l’originaria istanza d’accesso “esisteva” eccome, anche se, essendo un documento di studio, “non coincideva del tutto con quello al quale si faceva allusione nell’intervista di Urbani”. (Continua a leggere dopo la foto)

Infine, la stilettata: per il Consiglio di Stato l’esecutivo dovrebbe soddisfare “sempre di più” l’interesse pubblico “ad ottenere la massima trasparenza in ordine agli atti con i quali il governo e le autorità sanitarie hanno inteso fronteggiare, sin dal principio, la diffusione della pandemia”. Insomma: l’esecutivo dovrebbe “far luce” su tutte le decisioni che “hanno condotto” all’adozione di “misure emergenziali fortemente incidenti sull’esercizio dei diritti fondamentali” dei cittadini. E poco importa se si tratta di atti preparatori, istruttori, complessi o articolati. Fatte salve le esigenze di riservatezza, il governo deve essere una “casa di vetro””.

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