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“Donne incinte usate come cavie”. Effetti avversi, l’intervista all’ematologo Rabi: “Colpito anche il feto”

Pubblicato il 13/09/2023 19:00 - Aggiornato il 13/09/2023 19:02

Su queste pagine si è sempre discusso parecchio delle reazioni avverse imputate ai vaccini contro il Covid-19, grazie ai contributi di quei medici che non si sono piegati alla dittatura sanitaria in epoca pandemica, e sin da subito è emerso un quadro preoccupante che purtroppo, con lo scorrere inesorabile del tempo – che notoriamente è galantuomo –, ha trovato ampia conferma. Ad esempio, ai ricorrenti casi di miocardite, spesso e purtroppo fatali, in persone giovani e altresì sanissime la gran parte della comunità scientifica non intende dare una risposta che non sia il classico e – consentiteci di dirlo – vergognoso mantra Nessuna correlazione, laddove fino a pochi mesi fa i virologi da salotto televisivo sapevano dirci la fascia oraria in cui il virus fosse più contagioso, e se infettava le persone sedute o in piedi. L’ematologo Andras Rabi, intervistato da Il Giornale d’Italia, dà ulteriori conferme sugli effetti avversi e, forse ancor più grave, lancia un altro inquietante allarme, quantunque anch’esso non sia inedito: “Le donne in gravidanza sono state usate come cavie“. Prima di andare avanti, citiamo solo l’ evento luttuoso di Sulmona: recentemente, la Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e interruzione colposa di gravidanza, dopo la denuncia di una donna russa 33enne che ha perso la figlia che portava in grembo. (Continua a leggere dopo la foto)
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donne incinte cavie ematologo Rabi

Le circolari del ministero

Riprendiamo le sue parole sui danni collaterali da vaccino: “I primi errori durante la gestione pandemica sono da imputare al noto protocollo Tachipirina e vigile attesa, quando invece una terapia a base di antinfiammatori e anticoagulanti si era dimostrata notevolmente più efficace”. Peraltro, la stessa definizione di vaccino non sarebbe neppure corretta, giacché trattasi piuttosto di farmaci a mRNA, dunque di una “terapia genica”. Ricordiamo che Robert Malone, lo scopritore di questa biotecnologia, è stato il primo a criticarne l’impiego nei cosiddetti vaccini. Quali sono, secondo l’esperienza di Andras Rabi, i principali effetti avversi causati da questi farmaci? “Alterazioni del ciclo mestruale, miocarditi, pericarditi, gammopatie monoclonali, trombocitopenia, trombosi ed embolie polmonari”, dice, inquadrando poi una categoria in particolare. Ci riferiamo proprio alle donne in dolce attesa: “Hanno usato come cavie le donne in gravidanza durante la campagna vaccinale di massa”, come anticipato. Al di là degli effetti avversi nel breve termine, alla donna o al feto, neppure sappiamo nel lungo periodo quali altre conseguenze potranno manifestarsi, tanto nella donna quanto nel bambino. Sta di fatto che la circolare del ministero della Salute, all’epoca guidato dall’ineffabile Roberto Speranza, consigliava la vaccinazione per le “donne che si trovano in qualsiasi trimestre della gravidanza o nel periodo postpartum, comprese le donne in allattamento”. E qui Andras Rabi si pone la legittima domanda che ci poniamo un po’ tutti: “Come si fa a consigliare a donne incinte e che allattano una terapia genica chiamata vaccino, che non ha eseguito i test di fase 1, 2 e 3?”. (Continua a leggere dopo la foto)
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Farmaci o vaccini?

Inoltre, se in un primo tempo veniva sostenuto che l’mRNA non potesse essere integrato dal DNA umano, oggi sappiamo che non è così e “Se l’informazione contenuta nell’mRNA che porta alla sintesi della proteina Spike, dovesse diventare parte integrante del nostro corredo genetico, c’è il rischio che non riusciremo mai ad eliminare tale proteina”. Rabi cita, dunque, una recente ricerca dell’Università svedese di Lund: “Per mezzo di uno studio su una linea di cellule epatiche umane è stato dimostrato che è possibile integrare l’mRNA del vaccino all’interno del loro DNA”. Se lo sdegno del lettore non è ancora abbastanza, ricordiamo che questa ricerca ha avuto scarsa eco e non ha avuto un seguito, e che “l’Aifa non aggiorna più le segnalazioni di eventi avversi da un anno e mezzo”, ancora nelle parole dell’ematologo. Ora, una sottigliezza semantica che in realtà racchiude un clamoroso raggiro, e non temiamo di adoperare tale termine. Affidiamoci ancora all’intervista di Andras Rabi: “Se avessero classificato la terapia genica come un farmaco sarebbero stati obbligati a svolgere e superare tutta una serie di test per la sicurezza, test che per un prodotto etichettato come vaccino non sono necessari. Parliamo ad esempio di teratogenicità, studi sulla genotossicità, cancerogenicità, nella loro fase 1, 2 e 3, e quindi i passaggi richiedono diversi anni prima della messa in commercio. Ma le terapie geniche Pfizer e Moderna non essendo state classificate come farmaci, ma come vaccini, non hanno dovuto essere sottoposte a questo iter”. (Continua a leggere dopo la foto)
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Il “consenso informato

Infine, prima di una accorata denuncia del terrorismo mediatico e dell’allarmismo ingiustificato, l’ematologo intende dedicare un passaggio all’ossimoro del consenso informato. Ecco perché si tratta di un vero e proprio ossimoro: “Se un cittadino è obbligato a ricevere un farmaco non deve firmare alcun consenso, perché la responsabilità è dello Stato; se invece rifiuta la somministrazione del farmaco non gli può essere negato l’accesso al lavoro o ai servizi, non può perciò essere discriminato per tale scelta”.

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