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Fuga di cervelli, molti sono rientrati in Italia. Ma indovinate che fine hanno fatto?

Davvero i nostri “cervelli” sono tutti in fuga? Quali sono le cifre reali dell’emigrazione giovanile? Cosa vuol dire, in termini di perdita economica (oltre che umana e sociale), vedere masse di persone andare all’estero? Proviamo a fare il punto servendoci anche della preziosa analisi che ieri Corrado Zunino ha pubblicato su Repubblica. Nell’articolo uno dei punti centrali è che i famosi “cervelli” che hanno provato a rientrare in Italia dopo un periodo fuori, stanno in realtà già ripartendo. I numeri ci parlano di settemila su quattordicimila, la metà. Persone, ragazze e ragazzi, che sono tornati negli ultimi otto anni in università ed enti di ricerca nazionali, alle professioni private altamente qualificate – grazie alle agevolazioni fiscali che si sono succedute dal 2010 – e che ora hanno scelto di riapprodare in un ateneo nordeuropeo, un laboratorio londinese, una multinazionale con sede lontana dall’Italia.

Zunino cita un report costruito dal Gruppo Controesodo che racconta come dal 2011 al 2017, seguendo i dati dell’Agenzia delle Entrate, “ogni anno sono rientrati in Italia duemila top workers in media, di cui una parte (residuale) professori e ricercatori pubblici. Sono, questi, soggetti con requisiti di elevata specializzazione, in possesso di un titolo di laurea e hanno maturato un’esperienza lavorativa estera almeno biennale o hanno conseguito un titolo di studio di livello accademico all’estero”. In sette stagioni si possono stimare quattordicimila cervelli italiani riaccasati e poco più di settemila ripartiti, il 50,23 per cento. Metà ha riassaggiato il nostro Paese ed è tornato all’estero. Una questione che deve far riflettere. E molto.

Per quale motivo i ragazzi che sono rientrati hanno poi deciso di ripartire? In tutto si riscontrano tre motivi principali. “Un’offerta di lavoro irrinunciabile; una nostalgia per le buone pratiche scoperte nel resto d’Europa; l’impossibilità di accedere alle agevolazioni fiscali che i vari decreti hanno introdotto, a volte contraddicendosi, altre volte costringendo laureati e ricercatori a pagare le differenze previste tra una legge e la successiva (questa battaglia, tuttavia, gli “impatriati”, si chiamano così, l’hanno vinta contro l’Agenzia delle entrate)”.

“La perdita di gettito per ogni soggetto che decide di non restare in Italia al termine del periodo agevolato corrisponde al 100 per cento mentre la minore tassazione dei soggetti che sarebbero spontaneamente rimasti corrisponde al 50 per cento”. La tabella realizzata dall’associazione stima una perdita di gettito per lo Stato pari a 194 milioni di euro di fronte a una “seconda fuga” realizzata tra il 2021 e il 2025. Altri 16,5 milioni di euro non entrerebbero se le extra agevolazioni non fossero applicate alla platea pre-2020. La perdita si può stimare, ora, in 210,5 milioni.

“C’è da segnalare che le legge per gli impatriati può riguardare – oltre a calciatori vip, tra cui Mario Balotelli – un’aliquota di ricercatori: 1.624 secondo una stima del 2017. Perdendo questi, la perdita di gettito Irpef sarebbe pari a 70,5 milioni totali. Siamo intorno a un meno 280 negli introiti totali di Stato. L’età media di chi torna è di poco superiore ai 35 anni, l’83 per cento proviene dall’area europea. Il 33,34 per cento lavora nel ramo Finanza-Assicurazioni, il 6,67 per cento nell’Istruzione e nella Ricerca”.

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