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“Un sistema di disperati” ovvero come i colossi del delivery sfruttano i lavoratori e non pagano tasse

È un’indecenza la realtà che ruota attorno ai big del delivery. Poche tasse, poche responsabilità, ma grandi affari per queste aziende che hanno la possibilità di continuare a sfruttare il sistema nell’incapacità del governo di gestirlo e cambiarlo. I suoi suoi riders “affittati” sono sotto pagati, senza alcun diritto e una volta venivano perfino privati delle mance che gli venivano sequestrate.

Uber, un colosso che negli Usa vale 64 miliardi in Borsa, nasconde dietro i propri affari “un sistema di disperati”, come ha ammesso un manager della filiale italiana in alcune intercettazioni che compaiono in un articolo proposto dalla Repubblica. Quando Uber Eats è sbarcato in Italia nel 2016, i sui manager erano consapevoli del “ginepraio in cui andavano a cacciarsi”, riferisce la Repubblica. “Il nostro modello è diverso, siamo solo una piattaforma che mette in contatto domanda e offerta”, aveva promesso Carlo Tursi, allora general manager.

I fattorini “sono lavoratori autonomi disposti a fare una consegna”, aveva assicurato senza essere troppo capace di prevedere la piega che invece oggi è stata presa da questo ‘genere di lavoretti’. Dopo anni, dalle prime manifestazioni di Foodora contro le paghe da fame, la precarietà del lavoro autonomo e i licenziamenti via Whatsapp, non è cambiato nulla. Il mercato è esploso raddoppiando le dimensioni nel 2019 e quest anno dovrebbe arrivare attorno al miliardo grazie all’aumento esponenziale degli ordini che vi è stato con la pandemia.

Ma di tutto questo boom, il fisco italiano non ha visto nulla, se non poche e miserabili briciole e i riders sono riusciti ad ottenere (pochissimi, se non del tutto inesistenti) cambiamenti. Mentre Uber Italia ha pagato 171mila euro di tasse, Deliveroo ne ha pagati 11mila e Glovo zero, cifre ridicole rispetto agli enormi guadagni che ci sono dietro. Solo Just Eat con 1,6milioni di euro fa un po’ meglio.

Per quanto riguarda i lavoratori, qualcosa inizia a muoversi, ma non si è raggiunta ancora una soluzione che possa considerarsi sufficiente. Servono “contratto e inquadramento più dignitosi” per i “disperati” della gig-economy, afferma la segretaria generale della Cgil, Tania Scacchetti. È stato sottoscritto il primo contratto per rider d’Europa, ma criticato dal ministero del Lavoro e contestato dai sindacati, non rappresenta affatto un punto di arrivo, perchè “cristallizza il rapporto di lavoro autonomo e nella sostanza anche il cottimo”.

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