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Stretto di Messina, il sindaco di Villa San Giovanni arrestato per corruzione

Corruzione: con questa accusa è finito agli arresti domiciliari Giovanni Siclari, il sindaco di Villa San Giovanni. Con lui in manette altre dieci persone, tra le quali diversi dipendenti del Comune e alcuni manager della Caronte&Tourist, la società che si occupa del traghettamento sullo Stretto di Messina. Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip su richiesta della Procura di Reggio Calabria, agli indagati sono contestati oltre alla corruzione anche reati di turbativa d’asta, falso in atto pubblico, truffa aggravata e peculato. Uno di loro è accusato anche di concorso esterno in associazione mafiosa.

Un’inchiesta che nata da indagini svolte in passato sulle cosche che si muovono a Villa San Giovanni. Giovanni Siclari è fratello di Marco, senatore di Forza Italia: il sindaco della cittadina sullo Stretto è al centro di un’indagine coordinata dal procuratore Giovanni Bombardieri e dal sostituto della Dda Walter Ignazitto e che riguarda la concessione dell’area di sosta alla Caronte&Tourist, da pochi mesi ristrutturata con una biglietteria automatica. Una concessione, data dal Comune alla compagnia di navigazione privata, sulla quale la Procura ha rilevato alcune irregolarità.

Secondo gli investigatori, il sindaco Siclari sarebbe infatti stato compiacente nell’aiutare la Caronte a ottenere illecitamente l’affidamento dell’area sulla quale poi è stata realizzata un’opera di interesse del gruppo, negli ultimi mesi al centro di polemiche in Consiglio comunale. Il primo cittadino aveva sempre difeso la ditta, sostenendo che “l’auspicio che l’attività che andrà ad effettuarsi venga fatta tutti insieme soprattutto per le sub concessioni. Ci sarà un beneficio economico per la città”. Per i pm, alcune assunzioni sarebbero inoltre legate proprio alla vicenda del piazzale e della concessione ottenuta dall’amministrazione comunale della città.

Ai domiciliari sono finiti, insieme al sindaco, anche il presidente della Caronte, Antonino Repaci e l’amministratore delegato Calogero Famiani. Secondo l’inchiesta, i manager indagati avevano promesso di elargire utilità ad amministratori comunali che in cambio hanno anteposto gli interessi privati della società a quelli pubblici. In particolare, Antonino Repaci curava i contatti con il sindaco per assicurarsi l’affidamento dell’area sulla quale la sua società aveva progettato la realizzazione di alcuni lavori.

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