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“Ospedali al collasso”, “Boom di codici rossi”, “Bollettino di guerra”: quando era l’influenza a intasare le terapie intensive

Pubblicato il 15/12/2021 18:51

Attualmente in Italia sono poco più di 7.000 i ricoverati per Covid. Di questi, 863 sono in terapia intensiva. E’ possibile dunque parlare di emergenza? Eppure non è la prima volta che un virus mette ‘in ginocchio’ il sistema sanitario nazionale, almeno stando a quanto riportavano i giornali in passato. A fare una panoramica delle precedenti ‘emergenze’ è La Verità, che produce un elenco puntuale relativo alla vera emergenza, quella dei posti in terapia intensiva che diminuiscono sempre di più.

Già a gennaio 2015 Guido Frascaroli, alla guida della rianimazione cardiologica del Sant’Orsola Malpighi di Bologna dichiarò al Corriere della Sera: “Le terapie intensive sono intasate da pazienti che sono appena usciti dall’Ecmo” il macchinario che si sostituisce ai polmoni, “o sono talmente gravi da poterne avere bisogno”. «C’è un’attività così elevata che facciamo fatica a far fronte a tutte le richieste», era poi la comunicazione urgente inviata dall’ospedale San Gerardo di Monza ai centri di rianimazione italiana. Sempre a gennaio 2015 l’Ansa riportava: «Un picco di casi gravi legati all’influenza si sta registrando in moltissimi Pronto soccorso italiani, dal Nord al Sud del Paese. Ad affermarlo è il presidente della Società italiana di medicina di emergenza urgenza (Simeu), Alfonso Cibinel, che definisce la situazione “preoccupante”». «In alcuni ospedali i codici rossi sono aumentati fino al 100%. I casi di polmonite sono aumentati dal 3 al 10%, con pari aumento dei casi che richiedono respirazione artificiale. Tra le cause, il calo delle vaccinazioni».


«Ancora un anno nero per le morti in Italia. Nell’inverno che si sta concludendo c’è stato un altro boom dei decessi dopo quello del 2015. Vittime, in particolare, gli ultra sessantacinquenni. La scarsa diffusione del vaccino tra gli anziani e un’influenza molto aggressiva hanno condizionato pesantemente il dato epidemiologico», scriveva la Repubblica il 18 marzo 2017. «Possiamo stimare un dato nazionale di morti in eccesso tra 15 e 20.000», parola dell’allora presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi.
A dicembre 2016, l’influenza aveva creato il caso nelle streuttre sanitarie del Piemonte. «Ospedali torinesi al collasso», scriveva Torinotoday, «alla Città della Salute mancherebbero persino dei posti letto in rianimazione, neurologia e medicina generale. La situazione non migliorerà nelle prossime ore. Anzi alcuni dei 400.000 malati stimati negli ultimi sette giorni raccontano di giornate passate in un corridoio, nell’attesa che si liberi un posto per loro». Infodata del Sole 24 Ore scriveva: «Da settembre 2017 a febbraio 2018 sono state 472 le persone ricoverate in terapia intensiva a causa dell’influenza, e 78 di loro sono morte». Secondo InfluNet-Epi, erano circa 5,5 milioni di persone affette dal virus dall’inizio quell’anno: un italiano su 10.


In Lombardia nel gennaio 2018 la situazione non era migliore: «Le complicazioni dell’influenza, soprattutto le polmoniti, mandano in crisi le rianimazioni: 48 i casi di malati gravi ricoverati da Natale a oggi nelle terapie intensive di Policlinico, San Raffaele, San Gerardo di Monza e San Matteo di Pavia, gli ospedali di riferimento in Lombardia per l’uso dell’Ecmo, il macchinario che si sostituisce ai polmoni», scriveva il Corriere della Sera.
Giuseppe Foti, alla guida dell’emergenza urgenza del San Gerardo di Monza, era assai preoccupato: «Da questa settimana siamo costretti a sospendere le prenotazioni dei letti in terapia intensiva per i pazienti chirurgici con interventi programmati». Giorgio Antonio Iotti, a capo della medicina intensiva del San Matteo di Pavia, affermava che «i pazienti con polmonite grave e complicazioni importanti determinate dal virus dell’influenza stanno occupando ben un quarto dei nostri 21 posti letto». Dunque anche senza ‘stato di emergenza’ l’influenza collassava le rianimazioni. Ma il ministero della Salute non corse ai ripari con vaccinazioni obbligatorie o screening quotidiani a carico dei pazienti.

L’Immediato scriveva: «Oltre 250 accessi al giorno al Pronto soccorso degli Ospedali riuniti di Foggia. Dopo la “valutazione fisica” dell’assenza di disponibilità di posti letto, si è deciso per lo stop dei ricoveri programmati». Era il 5 gennaio 2018 e si era «in attesa del picco previsto nelle prossime settimane». «Non sappiamo fino a quando possiamo reggere in queste condizioni», dichiarò l’allora direttore sanitario, Laura Moffa. «Oltre 271.000 malati, 50 casi gravi e 7 morti. È il preoccupante bollettino di guerra dell’epidemia influenzale in Emilia Romagna», titolava invece il Resto del Carlino. E parlava «ospedali presi d’assedio» nella Regione. A Pordenone, in Friuli Venezia Giulia, gli 820 posti letto dell’intera provincia risultarono occupati da pazienti con gravi sintomi influenzali, da qui la decisione dell’Azienda sanitaria per «la sospensione degli interventi chirurgici programmati per liberare disponibilità in previsione del picco del virus, previsto nelle prossime ore», riportava la Stampa a gennaio del 2018. Non sarà che l’emergenza vera in Italia è la mancanza di terapie intensive?