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Le figurine ingombranti dei M5s

di Gianluigi Paragone.

La vicenda Di Matteo/Bonafede ha diverse chiavi di lettura. La più immediata è quella parlamentare: qui parti storicamente ostili al magistrato si sono affrettate a prenderne le difese con il solo intento di indebolire il governo mettendo alle corde il Guardasigilli. Ci sta, per carità; ma non è per nulla il copione che intendo seguire, non fosse altro perché certe difese sono ridicole. La precisazione mi era doverosa perché anch’io criticherò Bonafede e il Movimento (quindi allineandomi in apparenza al gioco dell’opposizione) ma in quanto ex parlamentare del Movimento, espulso per eccesso di ortodossia con il programma grillino. (Avrei voluto scrivere per eccesso di coerenza ma chi si loda s’imbroda…).

Per decifrare il duello rusticano tra il magistrato antimafia e il ministro andato in onda a Non è l’arena vanno affrontate almeno tre chiavi di lettura: quella interna al movimento, quella esterna e quella di comunicazione. Tratterò inizialmente e brevemente la seconda perché è già stata sviscerata: l’offerta avanzata dal ministro al magistrato tra l’opzione Dap e l’opzione Affari penali; la scelta del secondo di puntare al Dap; il ripensamento del Guardasigilli poche ore dopo l’offerta avanzata al magistrato. A rendere più fitto il mistero del dietrofront di Bonafede su Di Matteo sono le voci che arrivano dalla criminalità, voci di ribellione in caso di nomina di Di Matteo.

E qui si arriva alla messa a fuoco interna al Movimento, per commentare la quale mi dilungherò. La caratura antimafia di Nino Di Matteo ha rappresentato all’interno del mondo pentastellato il topos narrativo privilegiato per incarnare il senso di legalità radicale, intransigente con cui il Movimento aveva ingaggiato battaglia sia contro la destra sia contro la sinistra. Le battaglie di Nino Di Matteo dovevano essere difese senza se e senza ma, perché egli rappresentava il Bene contro il Male, pertanto di riflesso ci difendeva il Bene incarnava egli stesso il Bene. E viceversa. 

Nino Di Matteo era insomma una “figurina” di cui avvalersi per dare densità a un movimento troppo leggero e poco strutturato. Un Movimento che viveva di emozione e non di tesi. Nino De Matteo era la figurina, era l’esempio. Era la tesi. Tanto che, vinte le elezioni, Di Matteo venne invitato a Ivrea alla seconda edizione di Sum, la kermesse in memoria di Gianroberto Casaleggio, a parlare di antimafia. Io c’ero e ricordo il comitato d’accoglienza riservato a Nino, allora ancora nella parte giusta della storia, figurina pregiata nel mazzo vincente Cinquestelle. Quella di contare sulle figurine e raccontarne il valore – l’ho elaborato successivamente con il mio strappo – è stata una scelta precisa del Movimento per uscire dalla fase embrionale.

Anch’io ero stato individuato come figurina cool, figa, da esibire: giornalista di battaglia, rompiscatole contro le banche e contro l’Europa, uno antisistema. Mi chiesero di presentare l’edizione di Italia Cinquestelle a Rimini da figur(in)a esterna; e accettai perché libero di dire su quel palco le cose che dicevo in tv, in radio e sui giornali. Ricordo le gare che facevano i colleghi per un video o un selfie da postare sulle loro pagine. Ero insomma la figurina giusta, il giornalista contro. Esattamente come Di Matteo era il magistrato antimafia. Un’altra figurina che mi viene in mente, usata e buttata, è stato Carlo Freccero alla guida di Rai2: il visionario della televisione.

Cosa è successo alle figurine quando il Movimento si è sempre più strutturato nelle posizioni di comando? Poiché il Movimento non ha saputo gestire quei topos narrativi, sono diventate un problema. La linea antisistema di chi qui scrive, il magistrato antimafia, il direttore geniale e spettinato: ognuno è diventato l’elefante nella stanza, troppo ingombrante da gestire ora che nelle stanze dei bottoni erano entrati loro, gli ex ragazzi terribili cresciuti da Grillo e Casaleggio. Quindi, che fare? Semplice, vanno espulsi come un corpo estraneo. E dare la colpa proprio a loro. “Sono esterrefatto”, commenta Bonafede.

Si arriva così alla terza chiave di lettura, quella della comunicazione. Io sono il traditore che non vota il governo, Freccero non fa ascolti, Di Matteo non fa sconti. Ma siccome ogni figurina era stata raccontata per esemplificare una battaglia, la rimozione non è agevole. Quindi si cerca di farla scomparire dai tg. Nella speranza che tutto si normalizzi nella glassa a Cinquestelle. 

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