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C’è una massa di giovani che si ribella alla troppa tecnologia: “Rovina famiglie e relazioni sociali”

Oggi Federico Taddia ha pubblicato su La Stampa un bellissimo pezzo che racconta il rapporto dei giovani con la tecnologia. Ne emerge un quadro inedito e un punto di vista completamente diverso rispetto a quello che generalmente siamo portati a immaginare. Taddia propone un’analisi di Giuseppe Lavenia, psicologo e presidente dell’associazione nazionale Di.Te.. Lavenia parte dai risultati della ricerca “Mi ritiro in rete”, oltre dieci mila ragazzi di età compresa tra i 10 e i 21 anni, intervistati in collaborazione con Skuola.net, in vista della 3′ giornata nazionale sulle dipendenze tecnologiche (sì, siamo arrivati anche alla dipendenza tecnologica) e sul cyberbrillismo. Più smartphone, meno famiglia: il primo inequivocabile dato fotografa un disagio – apparentemente inespresso – vissuto dentro casa, con il 31% del campione che denuncia il furto da parte delle tecnologie di tempo da dedicare al cucinare, allo sport o al giocare insieme ai genitori.

Alla domanda secca: “Ti piacerebbe fare cose insieme ai genitori?”, il 90% risponde con un sonoro sì. “Ma siamo noi a adulti a non fare più cose con loro, non viceversa, inutile raccontarsela”, continua Lavenia. “Siamo ipercoinvolti dai dispositivi, ma con meno capacità di astrarci: non c’interessa nulla di quello che fanno in rete. Ci basta saperli al sicuro, in casa, chiusi in camera e sovente neppure bussiamo per sapere che combinano. Chiediamo cosa hanno fatto a scuola, ma mai cosa hanno fatto online”. Il 58% degli intervistati ammette di non parlare mai con padre o madre di come naviga, il 21% qualche volta, il 12% spesso e il 9% sempre.

Ma poco più di un genitore su due s’informa sulle ore trascorse online. Ore che sono tante: “Fino a due nel 39% dei casi, tra le 3 e le 6 nel 45% e oltre le 6 nel 16%. E di questo tempo il 61% è interamente dedicato a sociale chat. A questo va aggiunto un fenomeno nuovo e allarmante, quello del vamping: il 14% dei giovanissimi ha detto di usare lo smartphone per due o tre ore di notte e quasi la metà comunque lo utilizza dopo le 22. E sono le ore in cui più chattano con gli amici. Questo significa dormire poco, male; con ripercussioni negativi su fisico e mente”. Più del 70% degli under 20 dice che riuscirebbe senza problemi a stare un giorno senza connessione, e sono la stessa quota quelli che pensano che il cellulare abbia peggiorato i rapporti all’interno della famiglia”.

“Sale invece all’80% la percentuale di chi apprezza l’idea di passare un’intera giornata con tutta la famiglia a telefoni spenti. Necessitano di vita vera, di opportunità sensoriali, di momenti dove sperimentare sentimenti e non solo emozioni – aggiunge Lavenia -. Si sta perdendo anche il contatto fisico: ci sono figli che ricevono WhatsApp e messaggi vocali dai genitori, ma poi più del 20% non viene mai abbracciato e il 30% solo qualche volta. Ci accontentiamo di rapporti a distanza, anche sotto lo stesso tetto”.

In conclusione, scrive Taddia riportando le analisi di Lavenia: “Si perde così la dimensione della corporeità limitando le occasioni per allenarsi all’empatia e alla conoscenza dell’altro. Abbiamo la testa sul loro futuro e non pensiamo mai al presente. Creiamo aspettative altissime, assecondando una società sempre più competitiva e non rispettosa dei tempi individuali. Sono sempre di più i ragazzi che non si sentono adeguati e che si rifugiano nell’isolamento sociale. Non aiutati di certo da noi adulti, visto che il 20% di quei 10 mila giovani si è sentito dire dai genitori, almeno una volta, la frase ‘Tu non vali niente'”. Riflettiamo su tutto questo e poi cerchiamo di cambiare prima di tutto noi adulti, invece di lamentarci dei nostri figli.

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