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“Un buco di 3,6 miliardi.” Guai in vista per Speranza. La sentenza che spaventa l’ex ministro

Pubblicato il 27/11/2023 21:14 - Aggiornato il 28/11/2023 09:46

Al di là della pessima e iniqua, dissennata e controproducente gestione dell’emergenza da Covid-19, tra vaccinazione forzata e misure liberticide, l’ex ministro Roberto Speranza ha lasciato un altro (brutto) ricordo del suo operato: un ricordo che interessa l’intera cittadinanza considerando il buco di 3,6 miliardi generato nel bilancio pubblico. La vicenda – si cui si è espresso, come vedremo, il Tar del Lazio – origina dal 2022, e riguarda i 3,6 miliardi chiesti alle aziende fornitrici dei dispositivi sanitari già consegnati, da parte dell’ex ministro della Salute nei governi Conte e in quello di Mario Draghi. Nel Decreto “Aiuti” bis, infatti, il ministero dell’Economia e quello della Salute avevano chiesto di estendere il cosiddetto “payback” a chi produce i dispositivi medici. Ecco perché la società Diasorin SpA ha fatto ricorso al Tar, chiedendo l’annullamento “previa sospensiva” del Decreto del ministero della Salute del luglio 2022 e di quello dell’ottobre dello stesso anno, entrambi firmati da Speranza, nonché l’annullamento dell’accordo siglato con le Regioni. Le aziende private che lavorano per lo Stato, fornendo i dispositivi sanitari a ospedali e Asl, sono state oggetto di un vero esproprio che, a sua volta, ha inciso in maniera negativa sul welfare. (Continua a leggere dopo la foto)
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L’eredità di Speranza

Le aziende stesse, già nell’immediatezza del provvedimento, lamentavano la sofferenza del proprio comparto. Come ricostruisce La Verità, era stato imposto ai fornitori della Pubblica amministrazione, di fatto, di concorrere a ritroso alle inefficienze dello Stato e delle Regioni. Una tassazione specifica, pur se mascherata, che di certo non andava incontro all’obiettivo dichiarato del Decreto: più che un “aiuto” alle imprese – in questo caso alle imprese del delicatissimo comparto sanitario – le oberava ulteriormente, il tutto per fornire decreti attuativi a una legge del 2015, la legge numero 208, che prevedeva la effettiva realizzazione della spesa mediante aggregazione degli acquisti di beni e servizi da parte della Pubblica amministrazione. Non si può accettare che, dopo anni, venga richiesta “una contribuzione del 50% dello sforamento della spesa regionale, di cui la aziende non hanno responsabilità”, lamentava lo scorso anno Confindustria-Dispositivi medici, per voce del suo presidente, Massimiliano Boggetti: “Da eroi delle corsie a bancomat da spremere”. L’intera vicenda, dunque, è finita al Tar del Lazio, che con più ordinanze di identico contenuto ha sollevato “la questione di legittimità costituzionale della normativa relativa al payback dei dispositivi medici, con riferimento agli articoli 3, 23, 41 e 117 della Costituzione”, rilevando come le scelte legislative, contestate con forza dagli imprenditori del settore, “potrebbero risultare irragionevoli sotto molteplici profili”. Nell’ordinanza vengono sottolineati tutti gli aspetti di incostituzionalità della norma: dalla retroattività alla rinegoziazione delle gare, passando per l’assenza di specificità. (Continua a leggere dopo la foto)
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Fonte: La Verità

Gli effetti sulle aziende: “Il 30% ha licenziato”

Gli effetti del payback sulle aziende dei dispositivi medici, purtroppo, si è già fatto sentire: “Il 61% delle aziende ha bloccato le assunzioni, mentre il 31% ha ricorso a licenziamenti. Sono inoltre 4 aziende su 10 ad aver ridotto gli investimenti in Ricerca e Sviluppo, mentre il 27% ha avviato procedure di cassa integrazione”, evidenzia il report dell’associazione di industriali, presentato al Forum Risk Management di Arezzo dello scorso 23 novembre, pochi giorni prima della sentenza del Tar. Resta, ora, un buco di bilancio, che abbiamo detto essere nell’ordine dei 3,6 miliardi di euro, spalmati in quattro anni – di cui 2 miliardi sono già stati impiegati a copertura della legge finanziaria del 2023. Ora la palla passa alla Corte Costituzionale, cui il Tar del Lazio ha inviato la necessaria documentazione. A nostro modesto avviso, questa vicenda meriterebbe di essere affrontata anche dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria.

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