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La ristorazione, un terzo di Pil lasciato morire dal governo

Non basteranno tutte le dirette Facebook del mondo a edulcorare una situazione che si annuncia sempre più pesante nell’economia reale.

L’altro giorno il mondo della ristorazione si è collegato virtualmente arrivando a prendere seriamente in considerazione, quando i tempi lo consentiranno, una manifestazione di protesta contro un governo che finora non si è degnato della benché minima considerazione. 

“La grande potenza di fuoco messa a disposizione dall’esecutivo viene vanificata da una doppia situazione”, mi ha spiegato Glauco Marras, presidente della federazione italiana ristorazione. “La prima è che i soldi annunciati nella realtà sono inesistenti; la seconda, concordata con le tre sorelle Cgil-Cisl-Uil, è che con la riapertura del 18 maggio quei finanziamenti che ci erano dovuti svaniranno del tutto. Insomma, una presa per i fondelli indegna, una totale mancanza di rispetto per la quale pretendiamo spiegazioni. Altrimenti appunto non ci resterà che organizzare una grossa manifestazione: non lasceremo che questo mondo sia abbandonato. Vi sia chiaro, per colpa di questa crisi mal gestita si prevede il fallimento di almeno il 35% delle strutture che lavorano nel settore agroalimentare”.

Tanto per far capire di cosa stiamo parlando, è bene che Conte conosca la portata di questo settore economico che mette assieme imprenditori, addetti finanziari dedicati al settore food, cuochi, piazzaioli, camerieri, sommelier, allevatori, agricoltori e tanto altro ancora. Il mondo della ristorazione, dopo Expo e con il boom dei cooking show in televisione, è un settore lavorativo enorme capace di far girare un terzo del pil italiano, dati effettivi dell’Istat alla mano. Impresa, identità, formazione, turismo di settore, filiere: è difficile trovare così tante scomposizioni nella descrizione di cosa è la ristorazione. 

Pensare, nella fase della ripartenza, di non prendere in considerazione la loro voce è una follia o un atto di presunzione misto ad ignoranza. L’Italia è la prima nazione a livello europeo per attività di pubblici esercizi atti a soddisfare la richiesta di ristorazione o ricezione. “Va precisato che l’espansione è trainata, in primo luogo, dal culto tipicamente italiano per il “mangiar fuori” – mi spiegava ancora Marras – ma incidono anche una forte domanda turistica e l’affermazione trend degli ultimi anni che è quella dei cibi d’asporto. Allo stesso tempo cresce anche l’innovazione, basti pensare che 9 pubblici esercizi italiani su 10 sono sul web e social e di questi il 22% è attivo sulle piattaforme online di prenotazione e delivery food. Di quest’ultimi circa l’80% ha effettuato investimenti in macchinari o attrezzature relative a l’adeguarsi delle pratiche organizzative e produttive”.

Nella chiacchierata con il presidente del sindacato della ristorazione la delusione per l’assenza totale di visione da parte del governo è stata lampante: liquidità e semplificazione sono – anche in questo caso – le due esigenze fondamentali, sulle quali non vi è alcuna chiarezza. Il decreto Liquidità appare ai più una notevole partita di giro dove i veri beneficiari finali saranno le banche. Con il rischio per nulla remoto che il settore in questione sarà uno di quelli maggiormente esposto agli artigli predatori dell’economia criminale.

Al di là delle chiacchiere, a fronte del mancato guadagno dovuto allo stop, ci saranno le solite scadenze fiscali: tassa sui rifiuti, regolamentazione dell’impatto acustico ambientale, la tassa sulle insegne, l’irpef con relative addizionali, iva, irap, il pagamento annuale del diritto camerale. “In poche parole alla fine pagheremo ugualmente il 70% degli importi”.

Se Conte pensa di incantare il mondo produttivo con quattro suonate di piffero magico ordinate da Rocco Casalino, si faccia bene i calcoli perché quando lo stop cesserà si accorgerà che nessuno ha voglia di morire imprenditorialmente per la manifesta incapacità del governo di gestire la situazione. E io sarò in piazza con loro.

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