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251 milioni per tenere buona Bruxelles: così le lobby del petrolio influenzano la Commissione Ue

251 milioni di euro. Una cifra mostruosa, quella spesa negli ultimi 9 anni delle cinque più grandi compagnie petrolifere del pianeta (BP, Chevron, ExxonMobil, Shell e Total). E servita, però, a una causa più che utile: influenzare la Commissione Europea e influenzare le sue decisioni in tema di clima ed energia, così da non vedere minacciati i propri interessi. A rivelarlo è una ricerca commissionata da Greenpeace EU, Corporate Europe Observatory, Food & Water Europe e Friends of the Earth Europe.

Un dossier che fa luce su un mondo sommerso, viscoso. Oltre ai milioni di euro spesi per indirizzare le scelte di Bruxelles, emergono infatti anche ostruzionismi, ritardi, trucchi di ogni tipo per annacquare la legislazione in materia climatica. In seno all’Ue, le associazioni che rappresentano le multinazionali del petrolio vantano circa 200 lobbisti e da quando il presidente Jean-Claude Juncker è entrato in carica, hanno partecipato a 327 riunioni di alto livello con i massimi funzionari della Commissione europea. La media di una a settimana.

BP, Chevron, ExxonMobil, Shell e Total hanno ammesso di aver speso 123,3 milioni di euro per le pressioni fatte all’Unione tra il 2010 e il 2018, ma per Greenpace l’ammissione dei diretti interessati è soltanto la spiegazione di una parte del sistema, in realtà assai più complesso. Il frutto dell’operato delle lobby del petrolio, infatti, è in degli obiettivi climatici Ue per il 2030 concordati senza veri e propri vincoli sul risparmio energetico per gli Stati membri. Per non parlare dello sviluppo delle rinnovabili, al momento rimasto senza un piano adeguato.

Un piano perfettamente riuscito, quindi, quello dei cinque colossi. Che intanto incassano, e parecchio: nel solo 2018, le cinque compagnie petrolifere hanno realizzato profitti per oltre 82 miliardi di dollari, mentre i loro amministratori delegati hanno incassato quasi 80 milioni. L’influenza delle aziende non si limita però a Bruxelles: il caso francese del 2017, con il ministro Hulot ad annunciare un disegno di legge contro gli idrocarburi che fu pesantemente rivisto dopo le pressioni della compagnia petrolifera Vermilion.

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