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Il Sure dell’Europa non ci costa nulla, dicevano. Invece l’Italia paga 8 miliardi!

La tecnica è sempre la solita: far sembrare che i soldi te li stiano regalando, e invece… Con il Sure, ci risiamo. Non è affatto vero che ci costerà poco partecipare al fondo stanziato da Bruxelles per una sorta di cassa integrazione europea. Come spiega molto bene Il Tempo, “nonostante le rassicurazioni del premier Conte lo Stato italiano dovrà sborsare circa 8 miliardi di euro. Insomma non proprio bruscolini”. Soldi che serviranno come “controgaranzia che gli Stati membri possono prestare quale contributo allo strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione nello stato di emergenza (SU-RE) a seguito dell epidemia di COVID-19”.

Lo stanziamento è previsto dall’articolo 36 del decreto Rilancio e prevede – spiega Il Tempo – la “concessione della garanzia dello Stato richiesta dai predetti accordi, nel limite delle quote di spettanza dell’Italia pari a 4.695 milioni per l’accordo con la BEI e a 3.184 milioni di euro per l’accordo per lo strumento SURE. Le cifre sopra riportate rappresentano il livello massimo dell’impegno richiesto all’Italia in termini di importo garantito”. Intanto ieri Antonio Misiani, sottosegretario all’Economia, in una intervista al Corriere della Sera ha quantificato quanti sono i soldi messi a disposizione dalla Ue.

Quanti? “L’ordine di grandezza è molto importante, fino a 200 miliardi. Dal fondo Sure dovrebbero arrivare prestiti per 20 miliardi, dalla Bei 40 miliardi di finanziamenti alle imprese, la linea di credito senza condizioni del Mes vale 36 miliardi per la sanità. Sul Recovery Fund il negoziato è in corso. La quota per l’Italia potrebbe arrivare a 100 miliardi, a fondo perduto”. Al momento, però, è ancora tutto sulla carta.

Il problema reale è che l’Italia, come al solito, dovrà dare soldi all’Europa per avere in cambio altri soldi. E in tutto questo nelle tasche de cittadini e delle imprese non arriva ancora un euro, perché il meccanismo richiede tempi assai lunghi, mentre la pancia delle persone, e i negozi che sono rimasti chiusi per quasi tre mesi, richiedono denaro, liquidità. Fatti, non parole.

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