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Gender manager, l’Europa crea un nuovo mestiere. Di cosa si tratta e con che soldi pagheranno (una beffa)

Pubblicato il 09/10/2023 18:46

Faticate a trovare lavoro? Non occorre preoccuparsi, ci si può candidare per una nuova professione: il gender manager o diversity manager. La sanità pubblica è disastrata, lo era già prima del Covid-19 in verità, eppure le sempre più scarse risorse ad essa destinate, per volere della Commissione europea (Ce lo chiede l’Europa…), andranno dirottate su costosi “Piani di inclusività” – dei quali il gender manager sarà il geloso custode – alla cui adozione sono obbligati tutti gli ospedali, e alcuni già si stanno adeguando a tempi da record. Dunque, i fondi al personale, la modernizzazione e l’efficientamento delle strutture paiono obiettivi di secondo piano, quantomeno nell’ottica di Horizon Europe, il Programma quadro dell’Unione europea per la ricerca e l’innovazione per il periodo 2021-2027, i cui orientamenti sono anche presupposto per il Pnrr, che li considera tra le “priorità”. Sicché, per ottenere i relativi fondi, enti di ricerca (sia pubblici che privati), università, ministeri, ospedali, dovranno dimostrare di stare attuando il Gender Equality Plan (Gep), o Piano per la parità di genere. (Continua a leggere dopo la foto)
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Il Gender Equality Plan

Il tutto, naturalmente, comporta un costo economico notevole, ma Bruxelles pensa sempre a tutto: per il triennio 2018-2020 sono stati stanziati 24 milioni di euro. Solo in Italia, ciascun Gep è costato circa 300mila euro. Sono cinque le aree prioritarie di intervento definite dalla stessa Ue, ovvero: equilibrio vita privata/vita lavorativa e cultura dell’organizzazione, equilibrio di genere nelle posizioni di vertice e negli organi decisionali, uguaglianza di genere nel reclutamento e nelle progressioni di carriera, integrazione della dimensione di genere nella ricerca e nei programmi degli insegnamenti, contrasto della violenza di genere, comprese le molestie sessuali. Ora, nessuno nega il soffitto di cristallo, quel divario, anche salariale, che purtroppo sussiste tra uomini e donne nelle diverse professioni, d’altronde appena ieri il Nobel per l’Economia è andato a Claudia Goldin, per i suoi studi sul gender gap, tuttavia in un delicatissimo comparto come quello della Sanità noi, forse ingenuamente, pensiamo che ogni centesimo vada indirizzato nella cura e nella assistenza, piuttosto che nella tensione verso il raggiungimento di determinati obiettivi aziendali, e che il criterio da osservare sia il merito e non il genere. Se magari c’è un dottore bravissimo e una dottoressa meno brava, per fare un banale esempio, sarà quest’ultima ad essere assunta. (Continua a leggere dopo la foto)
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Le rivendicazioni LGBT

Inoltre, per taluni i generi sono infiniti e non sono dettati dalla biologia. Dunque, un domani, prima di operare un paziente occorrerà una certa quota di sanitari transessuali, fluidi o non binari? Il mondo LGBT già è entrato nelle scuole, ora punta alla sanità: infatti, nelle pieghe del Gep, si legge che le varie certificazioni che, come una azienda qualsiasi, gli ospedali dovrebbero ottenere hanno tra i presupposti “l’inclusione” degli individui transgender. Sì, perché il Gep altro non è che la declinazione in ambito sanitario del Gender Equality Index, che dal 2016 monitora l’inclusività nelle aziende, nelle banche e negli uffici, per migliorare la “reputazione sul mercato” e dunque accedere ai finanziamenti. Ad oggi in Italia, come leggiamo su La verità, si sono già dotati del Gender Equality Plan l’ospedale Sant’Anna di Ferrara, il San Raffaele e il Niguarda di Milano, il Bambino Gesù di Roma, il Sant’Orsola di Bologna.

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