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Report svela il business “arcobaleno” del Pd, inchiesta choc su due big: “Conflitto d’interessi” (VIDEO)

Pubblicato il 10/12/2023 14:29 - Aggiornato il 11/12/2023 12:23

Generalmente le inchieste di Report tendono a concentrarsi sugli esponenti del centrodestra, ma, in onda stasera, la trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci su Rai Tre scoperchierà il Vaso di Pandora del business “arcobaleno” del Pd. Come nel caso dei migranti e della relativa accoglienza, al di là dei nobili proclami, si rivendicano i diritti e intanto si muovono molti soldi attraverso gestioni quantomeno opache e conflitti d’interessi di una certa portata. Due i principali protagonisti dell’inchiesta giornalistica: Alessandro Zan, il relatore del disegno di legge omonimo “contro l’omofobia, la transfobia, la misoginia e l’abilismo”, e Michela Di Biase, deputata dem nonché moglie di Dario Franceschini, più volte ministro e membro fondatore del Partito democratico. “Il conflitto di interesse in Parlamento non ha colore politico”, scrive la redazione di Report nella anteprima della puntata di oggi. I due parlamentari, da sempre in prima fila per la difesa dei diritti civili, fuori dal Parlamento hanno fatto di questa battaglia politica un business, e viceversa. Vediamo, dunque, su cosa si concentrerà il reportage. (Continua a leggere dopo il VIDEO)
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Tra sponsorizzazioni e privé

Partiamo da Alessandro Zan, l’autore dell’omonimo Ddl bocciato nel 2021. Egli risulta titolare della Be Proud Srl, società che organizza il Pride di Padova sin dal 2009. Dunque, è al contempo fondatore e organizzatore dell’evento tramite la società di cui detiene il 52% delle quote e, oltre a essere quindi il socio di maggioranza, è anche l’amministratore unico della Be Proud, che agisce in partnership con Virgo, un fondo di investimento che punta sull’inclusività e che, per abbinare il suo brand all’evento, ha finanziato con 4 milioni di euro dei non meglio definiti “progetti sul tema”. Altra importante sponsorizzazione è quella del Comune di Padova, guidato da Sergio Giordani, sindaco “civico” ma assai vicino al Pd. Nell’ultimo anno e mezzo, la Be Proud ha versato circa 50mila euro nelle casse del Partito democratico, tanto a livello nazionale che locale. Sul sito web dell’evento organizzato da Zan ci sono poi anche i loghi dei partner, in prevalenza società energetiche e della mobilità green, ma non mancano i big del beverage. Gli inviati di Report, Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale, quest’estate sono stati al pride di Padova, che ogni anno supera le 200mila presenze, e hanno inquadrato le proporzioni del business e del considerevole ritorno economico che comporta. Il Pride Village di Padova è a tutti gli effetti un evento commerciale e questo costituisce un conflitto di interessi con l’attività politica di Zan. Ad esempio, nell’area “beverage” c’è un privé, con quota d’ingresso da 25 euro a persona, e consumazione minima al tavolo da 160 euro. Non proprio prezzi popolari. Chi decide di restare in piedi, invece, paga 10 euro e non ha diritto alla consumazione, da pagare a parte. Dove finiscono, poi, questi soldi? (Continua a leggere dopo la foto)
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Foto: Alessandro Zan e Michela Di Biase

Spuntano i ristori per il Covid

Apprendiamo da il Giornale che i due giornalisti hanno incalzato proprio Alessandro Zan, cui hanno chiesto: “Non ci vede un po’ un conflitto nell’avere una società che ha comunque un giro d’affari sugli stessi temi su cui lei, giustamente, conduce delle battaglie meritevoli in Parlamento?” Le risposte, a quanto filtra molto evasive, tendono a negare qualunque conflitto d’interessi, ancorché evidente. C’è una ulteriore criticità, forse la più grave – se non penalmente, quantomeno nella forma – ovvero i contributi pubblici ottenuti: la Be Proud, infatti, ha superato le difficoltà della pandemia anche grazie agli aiuti dello Stato, ovvero oltre 180mila euro di ristori per il Covid-19, senza i quali il bilancio 2021 avrebbe chiuso in perdita. (Continua a leggere dopo la foto)

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Foto: Dario Franceschini

“Lady Franceschini”

Passiamo, ora, a “Lady Franceschini”, la quale risulta socia al 25% di una società, la Obiettivo Cinque Srl, che nel suo sito dichiara che “si impegna affinché la parità di genere sia principio fondamentale per una società inclusiva e sostenibile”, attraverso consulenza e supporto alle imprese: tra i clienti grandi aziende come Gucci, Philip Morris, Generali; e poi la Comin & partners, importante agenzia di comunicazione e pubbliche relazioni. Fin qui tutto normale, non fosse che Gianluca Comin ed Elena Di Giovanni, fondatori di Comin & Partners e soci della moglie di Franceschini, sono stati da lui nominati, allorché era ministro della Cultura, nel Consiglio d’amministrazione del Teatro dell’Opera e della Galleria Nazionale di Roma. Adesso attendiamo la trasmissione e le relative reazioni Dem, ma non possiamo non chiederci se, a parti invertite, tali evidenti conflitti d’interesse non avrebbero scatenato un putiferio a sinistra.

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