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La ricetta MMT per uscire dalla crisi

di Gianluigi Paragone

Venerdì mattina ho avuto modo di organizzare assieme all’amico Thomas Fazi un incontro/dibattito con Bill Mitchell, uno dei massimi esponenti mondiali della Modern Monetary Theory (Mmt), teoria macroeconomica di cui sempre più si stanno affermando gli spunti e gli strumenti per uscire dal fanatico rigore neoliberista incistato nei trattati europei. Di Mmt ne hanno discusso recentemente sia Mario Draghi (che in quanto “allievo” di Federico Caffè conosce bene la dottrina di Keynes, che sta alla base del postulato Mmt), sia colei che ne ha preso il posto alla Bce, Christine Lagarde. Ma è negli Stati Uniti che da anni il dibattito sollevato da questa teoria anima accademici e classe dirigente, tanto che i democratici eretici Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez hanno sottoscritto parecchi documenti proposti dalla Mmt, anche – e soprattutto – alla luce di quanto sollecitato da parecchie banche centrali (quelle vere non la Bce) e di quanto sta accadendo in Giappone dove la leva a deficit è ormai un “must” del premier Shinzo Abe (13mila miliardi di yen appena sfornati per investimenti pubblici).

Per farci capire, i teorici della Mmt ribaltano completamente il paradigma di Bruxelles, il pareggio di bilancio, l’austerity e il maniacale controllo del deficit pubblico. Più volte ho scritto che il coraggio di uscire dall’inganno neoliberista (fondato sul controllo della spesa pubblica, imponendo così privatizzazioni, liberalizzazioni, depressione sociale, mancata crescita eccetera eccetera) ha premiato diversi capi di governo; persino quel Donald Trump la cui elezione fu salutata dal mainstream di fede clintoniana come una sciagura che avrebbe provocato il collasso delle Borse e dell’economia reale americana. Sciagure per nulla verificatesi. Tanto per capirci, a deficit Trump ha varato la sua riforma fiscale. Tutto questo però non basta, pensano in Mmt: i governi non devono minimamente avere il problema del deficit finché non si raggiunge piena occupazione e quindi profitto e sviluppo per le imprese.

Le grandi sfide dell’impatto lavoratore/robot o la green economy non possono essere giocate senza la scommessa della spesa pubblica. Qual è però il requisito fondamentale della Mmt? Avere una moneta sovrana e una banca centrale che possa ripagare il debito pubblico creando nuova moneta fino a quando non si verifica una situazione di alta inflazione, condizione di cui al momento non si vede assolutamente il pericolo. L’architettura che sorregge l’Unione europea di fatto impedisce tutto questo e sta costringendo l’Italia a ragionare sullo zero virgola in più o in meno, creando un tappo alla crescita, all’occupazione e allo sviluppo. È solo un problema italiano? No, visto che tutti gli economisti convengono sul dato che l’eurozona è la parte del mondo sviluppato che cresce di meno. Quindi, che fare?

Questa è la sfida di cui abbiamo parlato appunto con Bill Mitchell, uno dei massimi esperti mondiali della Mmt. Partendo da un dato “politico”: il sovranismo non è né di destra né di sinistra, ma è una condizione necessaria se si vuole sovvertire il maleficio neoliberista incistato nelle stupidissime regole dell’Unione europea. Regole che nessuno vuole rompere davvero. Bill Mitchell non sfugge al dato politico e sociale, nel senso che “la generalizzata rivolta anti-establishment ha sancito il fallimento delle élite”. Tocca allora alla politica raccogliere il dolore dei cittadini, degli imprenditori, delle famiglie e pure di chi, per conto della finanza, ha ben chiaro che solo gli Stati possono riprendere in mano la politica fiscale, fare politiche espansive, cioè in deficit. La Abenomics è la prova vivente che la teoria dominante è fallace. Tutto questo ovviamente viene nascosto dal mainstream che non ha altre armi se non quella della propaganda (la imbarazzante pagina comprata da firme del giornalismo italiano per ringraziare supinamente Mario Draghi…) o della paura (i mercati, lo spread…). Tutto sotto la regia di una cultura pseudo-riformista, di cui il Pd in Italia è alfiere.

Le notizie di questi giorni lo confermano: il governo italiano potrebbe essere condannato per i mancati pagamenti della Pubblica amministrazione; i venti miliardi di clausole di salvaguardia da coprire entro l’anno prossimo (per cui si parla di aumentare l’Iva ad albergatori e ristoratori, già massacrati dal fisco e dalla concorrenza delle nuove piattaforme digitali); l’occupazione che batte in testa, le imprese soffocate da tasse e burocrazia. Insomma, fintanto che si resta dentro questa gabbia si muore a piccole dosi. È certo. Per questo con Bill Mitchell ho voluto riprendere in mano il tema dei temi: ha senso restare dentro l’eurogabbia? No. Lo penso anch’io. Per questo mi sono rimesso in movimento fuori dal Movimento.

]Questo editoriale è stato pubblicato su Il Tempo del 10 febbraio 2020]

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