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Mascherine contraffatte dalla Cina agli ospedali di tutta Italia. Chi ne risponderà? Le vie d’uscita dei truffatori

Dopo il danno anche la beffa. Non solo il disastro, ma (con molta probabilità) alla fine a pagarne le conseguenze non sarà nessuno… 130 milioni di mascherine contraffatte stavano circolando lungo tutta la penisola. La cosa spaventosa è che questi dispositivi sono stati distribuiti e utilizzati dal personale medico e sanitario all’interno di strutture ospedaliere e non solo.

Diversi sono gli indirizzi sanitari a cui la Guardia di finanza Gorizia si è dovuta rivolgere per i sequestri di mascherine non a norma, la maggior parte delle quali arrivate in Italia dalla Cina attraverso la mediazione di Benotti a cui si è rivolto l’ex commissario all’emergenza Domenico Arcuri. Ricordiamo che per la mediazione a Mario Benotti, che pare abbia “sfruttato il rapporto di conoscenza con Arcuri” è andata una maxi commessa da ben “12 milioni” di euro. Parliamo di una massa spropositata di mascherine, entrate nei nostri confini e indossate all’interno di ospedali di tutta Italia e residenze per anziani, prodotte da due consorzi cinesi che si chiamano Loukai Trade e Wenzhou Light. (Continua dopo la foto)

Di chi era la responsabilità di controllare qualità e affidabilità delle mascherine delle società cinesi? Il rischio che si corre è che non paghi nessuno per questa vicenda. Ricordiamo infatti che con il provvedimento Cura Italia, marzo 2020, il governo introduceva uno scudo emergenziale che protegge ogni protagonista della vicenda. “All’articolo 122, comma 8 del decreto previsto che gli atti sottoscritti dal commissario sono sottratti al controllo della Corte dei Conti e anche alla responsabilità contabile e amministrativa”, sottolinea il quotidiano Domani da cui riprendiamo la notizia.

Lo stesso scudo vale anche per il Cts… Proprio il comitato che stando alle dichiarazioni rilasciate dalla struttura di Domenico Arcuri avrebbe dovuto occuparsi dei controlli. Ma “il Cts ha validato la qualità delle mascherine affidandosi a un mero controllo documentale”, grazie alla deroga prevista dal regime emergenziale che prevedeva di basarsi sulla mera autocertificazione del produttore e dell’importatore. A questo punto la responsabilità scivolerebbe su loro, i consorzi cinesi. Benotti ha più volte precisato che “i mediatori non rispondono della qualità dei prodotti importati”. Ma anche qui: con la sede legale in Cina, vien difficile pensare che saranno i consorzi a risponderne.

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