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Mascherine non a norma negli ospedali di tutta Italia. L’indagine e i sequestri

Immaginate che in un Paese il rispettivo governo decida di arrestare attività economiche, e non solo, per contenere il contagio di un virus. Immaginate però che allo stesso tempo, con lo stesso scopo, lo stesso governo, che ha limitato parte dei diritti costituzionali (tra i quali quello del diritto al lavoro), affidi il compito di fornire l’intero Paese di dispositivi medici di protezione a soggetti le cui capacità si sono dimostrate fin dall’inizio molto opinabili e francamente scarse. Aggiungete anche al racconto che tali dispositivi – frutto della mediazione di queste (in)competenze- si rivelino solo in un secondo momento inadeguate alla protezione e circolino per tutto il Paese, fino ad arrivare perfino nelle strutture sanitarie. 

Le origini e responsabilità del disastro non sono poi così difficili da rintracciare. Eppure i soggetti rimangono in carica. Purtroppo non stiamo parlando di una realtà inventata ma della realtà che l’Italia ha vissuto e sta vivendo. “Dalla Lombardia, alla Puglia, dal Friuli alla Calabria, non c’è luogo d’Italia risparmiato dalla truffa delle mascherine fuorilegge. Fuorilegge perché è stato scoperto finora dalle indagini che non garantivano l’adeguata protezione”, si legge sul quotidiano Domani.

 

Ma c’è di più. Queste mascherine “sono state acquistate in gran parte dall’organismo che più di tutti avrebbe dovuto dimostrarsi affidabile: il commissario per l’emergenza all’epoca guidato dal manager di Invitalia Domenico Arcuri. “9 modelli, dei dispositivi il cui utilizzo è stato bloccato, su 12 sono stati comprati dall’ex commissario all’emergenza Covid”.

La finanza sta indagando su almeno “130 milioni” di questi pezzi, distribuiti e usati dal personale sanitario, che proverrebbero da due consorzi cinesi. Si tratterebbe degli stessi consorzi che, tramite Benotti, avrebbero fornito i dispositivi all’ex commissario.

I documenti ottenuti dalla procura di Gorizia, che si sta occupando del caso, consentono di tracciare una panoramica del disastro. Tra le strutture interessate quella che probabilmente fa più discutere è l’ospedale Sacco di Milano. Proprio qui sembrerebbe che, di questi dispositivi, ne siano arrivati “a migliaia” nei mesi in cui “si continuava a morire”. 

Agghiacciante osservare l’associazione tra i dati sulla diffusione del contagio e la presenza nelle strutture di tali mascherine, il cui nesso di casualità però è ancora da dimostrare. “Il 21 febbraio scorso” il Corriere della Sera riferiva di un dato che mostrava un accentuato e rapido aumento dei contagi al Sacco e al Fatebenefratelli rispetto alla prima ondata”. Tra i medici l’incremento è stato del 108%, tra gli infermieri del 208%. Dalla Guardia di Finanza di Gorizia è partito la nota con la quale si ordinava il sequestro delle mascherine il cui utilizzo è stato individuato in ben 21 indirizzi differenti lungo tutta la penisola. 

Le indagini sono iniziate a dicembre negli ospedali del Friuli. Lì la domanda più diffusa era: “Ma perché noi medici continuiamo ad ammalarci e a morire nonostante le protezioni indossate?”. La risposta è arrivata per l’appunto dalla Guardia di Finanza di Gorizia che ha rilevato con alcuni controlli a campione che le caratteristiche dei dispositivi erano difformi rispetto a quanto riferito dalle scatole. Le indagini sono proseguite e si sono allargate, fino ad arrivare alla verità che si presenta oggi. Uno dei fronti su cui verterà l’inchiesta sarà proprio quello di dimostrare se l’uso di dispositivi ha contribuito alla diffusione del virus, provocando il contagio di medici ed eventualmente la morte di alcuni sanitari.

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