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I vertici Rai li sceglie Draghi. Prendendoli dalle multinazionali e dalla finanza

Decide tutto lui, a partire dagli uomini giusti per ricoprire certe poltrone. Mario Draghi ha fatto capire chiaro e tondo in queste settimane quale sarà la linea, alla quale i partiti sono chiamati ad adeguarsi senza troppo ciarlare: totale autonomia di scelta, come già anticipato dalle sostituzioni ai vertici di Ferrovie dello Stato e Cassa Depositi e Prestiti. Per non parlare dei fondi del Recovery Fund: la cabina di regia sarà a Palazzo Chigi, i ministri più coinvolti quelli tecnici scelti dallo stesso Draghi. Così da garantire all’Europa che non un euro si muoverà senza l’ok di uno dei totem per eccellenza di Bruxelles.

Anche in Rai vale il "metodo Draghi": i vertici li sceglie il premier, imponendoli ai partiti

Draghi ha esteso il suo metodo anche alle nomine delle partecipate, con i vertici Rai che, nonostante le pretese di questo o quel segretario politico, saranno rigorosamente scelti dal presidente del Consiglio. In tempi rapidi, con l’obiettivo di identificare un presidente che tutto sommato non faccia storcere troppo il naso ai partiti, mentre a fare l’amministratore delegato sarà chiamato un manager. Secondo Repubblica, il tutto avverrà all’insegna della parità di genre: un uomo e una donna.

Per quanto riguarda l’amministratore delegato, tra i nomi che stanno prendendo quota negli ultimi giorni c’è innanzitutto quello di Raffaele Agrusti, chief financial officer in Rai e in passato ad di Generali. A contendergli il posto potrebbe essere Andrea Castellari, già direttore generale di Discovery, o Marinella Soldi. Si parla anche dell’ex Sky Andrea Scrosati, che però ha detto di no, e della manager Laura Cioli.

Per quanto riguarda la presidenza, invece, il nome ipotizzato è quello di Ferruccio De Bortoli. L’operazione, sempre stando a Repubblica, è pensata da Draghi per traghettare viale Mazzini verso una maggiore digitalizzazione e un rinnovamento dei contenuti, con un occhio però a conti e bilancio. E con una certezza, quella già manifesta: dietro ogni scelta ci sarà sempre e solo lui, il premier che piace tanto all’Europa (e decisamente meno, sondaggi alla mano, agli italiani).

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