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“Risarcite il bambino per i danni del lockdown”. La storica sentenza: cosa ha deciso il giudice

Pubblicato il 28/10/2023 12:46 - Aggiornato il 30/10/2023 08:24

Mille euro di risarcimento, 200 per ogni giorno di “prigionia” forzata in casa durante la pandemia. Questa la decisione presa dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Sicilia sul ricorso presentato da un ragazzo e inizialmente non preso in considerazione dal Tar, che aveva liquidato il procedimento come “privo di interesse”. Con la sentenza, i giudici hanno bocciato l’ordinanza dell’11 aprile 2020, emessa dall’allora governatore Nello Musumeci. La norma, “contingibile e urgente”, vietava anche agli under 18 di uscire di casa, imponendo di fatto un lockdown totale. (Continua a leggere dopo la foto)
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Alla popolazione non era riconosciuta nessuna deroga, nemmeno per andare a prendere una boccata d’aria. O, nel caso dei minori, per qualche piccola pausa di gioco all’aperto. I dpcm dell’allora premier Conte vietavano già “l’attività ricreativa” sotto la luce del sole, anche per i bambini accompagnati dai genitori. Ma ammettevano una piccola passeggiata di consolazione intorno alla propria abitazione. (Continua a leggere dopo la foto)

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In Sicilia, però, Musumeci aveva scelto di essere ancora più drastico. Imponendo di fatto i domiciliari senza ora d’aria aggiunta. Come spiegato da Alessandro Rico sulle pagine della Verità, però, il collegio guidato dal giudice Ermanno de Francisco ha ritenuto illegittima questa decisione, sostenendo che la gestione della pandemia doveva essere gestita esclusivamente dallo Stato, con i governatori in grado di intervenire solo in caso di aggravamento dell’emergenza. In Sicilia, tutto questo non si era verificato. (Continua a leggere dopo la foto)

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Una sentenza storica, visto che riconosce di fatto il danno arrecato ai minori costretti a rimanere murati in casa. E che potrebbe dare il là a nuove ondate di ricorsi, dopo quelli già presentati negli ultimi mesi dagli italiani. La conferma, ancora una volta, di quanti errori siano stati commessi, calpestando i diritti dei cittadini in nome del “presunto bene comune”.

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