in

Vittima dell’uranio impoverito e della burocrazia. La storia di Marco, eroe italiano abbandonato dallo Stato

“Non so se è peggio il cancro o la burocrazia”, diceva Marco Diana, ex maresciallo dell’Esercito, che è venuto a mancare mercoledì (7 ottobre). L’uomo aveva 50 anni, ma combatteva con il cancro da quando ne aveva 28, si era ammalato di tumore al sistema linfatico a causa del contatto, che aveva avuto durante le numerose missioni all’estero, con l’uranio impoverito, riferisce il Corriere della Sera.

Marco era unn operatore missilista e addetto alla sicurezza dei reparti nei Balcani e in Somalia. Lì le bombe sgangiate dai cacciabombardieri contenevano tale sostanza, un metallo pesante utilizzato in ambito militare per la fabbricazione di munizioni e proiettili, con un alto rischio di tossicità per l’organismo umano. Come lui moltissimi altri soldati si sono ammalati.

“22 anni di sofferenza, alla fine era cieco, non parlava, ma sentiva. Vorrei non fosse dimenticato”, racconta il padre. Questo uomo ha dovuto subire il peso della malattia e l’abbandono da parte delle istituzioni. Ha dovuto affrontare mille e una peripezia pur di vedere riconosciuti i suoi diritti alle cure e agli indennizzi. “Certificati, domande, ricorsi, commissioni mediche, ricoveri, viaggi della speranza nelle cliniche di mezza Europa e aule di tribunali”. Dal 1998 si è battuto per veder riconosciuta la connessione fra l’uranio impoverito e i tumori che hanno colpito moltissimi militari italiani,

“Ci hanno mandato allo sbaraglio. Mentre le truppe americane erano con tute impenetrabili che li facevano sembrare marziani, noi eravamo a pochi metri senza alcuna protezione”. Nel 1994 Marco presentava i primi sintomi, nausee e vomiti, ma la risposta che si sentiva dare era: “Vai qualche giorno in infermeria e ti passa”.  

Il primo riconoscimento della malattia per causa di servizio è arrivato nei primi del duemila, ma poco dopo gli è stato revocato da un “comitato di verifica”. Nonostante le sentenze a suo favore, continuavano a non pagare l’assistenza, “per curarmi ho venduto mobili e qualche catenina d’oro”, ha raccontato Marco. “Sono senza farmaci e né soldi, sono costretto a vendemri la casa”. I 923mila euro ricevuti per danno biologico sono stati “tutti spesi fra ospedali, cure e medicine e in aiuti ad altri più sfortunati di lui, Marco era buono e generoso”, racconta la sorella. 

Il governo se ne frega e procede coi pignoramenti. Le associazioni: “Fermatevi, è un dramma”

Palamara radiato dalla magistratura: “Loro sono peggio di me. Mi cercavano fino a ieri”