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I tassi bassi, Draghi e la tecnologia affossano le banche: economia ferma e licenziamenti in vista

Giovedì 12 settembre Mario Draghi ha aperto per l’ennesima volta il rubinetto della liquidità sui mercati finanziari, dando un nuovo impulso al ribasso dello spread. Il presidente della Bce non si è limitato a questo, però. Ha anche messo a punto uno scudo in grado di neutralizzare almeno in parte le ricadute negative per le banche, in termini di maggiori costi, del nuovo ribasso dei tassi.

Restano, però, i problemi strutturali degli istituti di credito, costretti a cambiare modello di business per mettersi al passo con la rivoluzione tecnologica e a confrontarsi con il crollo dei tassi d’interesse, che incide pesantemente sui margini di profitto.

Gli sforzi di Draghi, che da anni pompa i mercati finanziari nella speranza che questa liquidità supplementare rimetta in moto l’economia reale, si sono fin qui rivelati vani. Dal marzo del 2015, quando è partito il Quantitative easing (Qe), fino all’agosto scorso, la Bce ha accumulato nei propri libri contabili obbligazioni per oltre 2,6 miliardi, di cui circa 2 miliardi di titoli di Stato dei Paesi dell’area euro.

I soli bond italiani, in gran parte Btp, in portafoglio all’istituto di Francoforte ammontano a 366 miliardi. Negli ultimi quattro anni la banca centrale ha inoltre manovrato al ribasso, fino a portarlo sotto zero, il tasso d’interesse garantito agli istituti che affidano alla Bce la propria liquidità in eccesso.

A partire dal giugno del 2014, la discesa dei tassi pilotata dalla Bce ha preso sempre più velocità. Una picchiata senza precedenti, che ha finito per avere pesanti conseguenze sui bilanci delle banche. Con il calo degli interessi diminuiscono anche gli introiti degli istituti, quelli che derivano dai prestiti alla clientela. A queste somme vanno detratti i rendimenti offerti ai correntisti. Se i tassi tendono a zero, si restringe di conseguenza la forbice tra costi e ricavi e quindi diminuisce anche il margine di profitto.

La prossima presidente della Bce, Christine Lagarde, in carica da novembre, proseguirà la politica espansiva inaugurata dal suo predecessore. In altre parole, i tassi non potranno che diminuire ancora, a maggior ragione se l’economia darà nuovi segnali di rallentamento. I banchieri, quindi, vedranno restringersi ulteriormente i loro margini di manovra.

Per loro sarà forte la tentazione di scaricare sui clienti le tensioni sul fronte dei ricavi. Quindi – come spiegato da Vittorio Malagutti in un articolo de L’Espresso – potremmo assistere a un aumento delle spese legate alla vendita di particolari prodotti oppure a semplici operazioni di sportello, come bonifici e pagamenti vari. Nei prossimi anni, il nuovo paradigma del business bancario sarà dettato dalla rivoluzione digitale.

Basta pensare all’ingresso di nuovi attori come i gestori delle grandi piattaforme social, come Amazon, Google e Facebook, che sono a pronte a tagliar fuori le banche gestendo in proprio acquisti e pagamenti della loro immensa base clienti. E allora, visto che il giro d’affari sembra destinato a diminuire ancora per effetto del calo dei tassi e della rivoluzione digitale, per far quadrare i conti, le banche potrebbero imboccare la strada di un ulteriore compressione dei costi, cioè nuovi tagli di personale.

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