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La finanza mondiale soffre: la cura delle banche centrali non basta. È in arrivo un’altra crisi come quella del 2008?

Il paziente non sta bene. È questa la diagnosi. Chi è il malato? La struttura finanziaria mondiale. Sotto la lente delle autorità di vigilanza c’è finito un organo in particolare di questo paziente: il comparto del leveraged loans, che ha raggiunto l’impressionante cifra di 1.4 trilioni di dollari. Le banche centrali hanno li merito di aver evitato il ripetersi di una crisi come quella degli anni Trenta. Impiegando non solo tutte le armi a loro disposizione, ma pure inventandone di nuove. Eppure… Il paziente non sta ancora bene.

Chi poteva immaginare all’inizio di questo millennio che il bilancio della Fed sarebbe passato da 870 miliardi a 4.5 trilioni (sono 3.8 adesso)? Ovviamente una terapia d’urto che ha prodotto alcuni effetti collaterali.

Sia la banca centrale americana sia gli investitori non riescano a spiegarsi come mai una stretta temporanea di liquidità abbia creato un terremoto di questa portata, con le banche che hanno smesso di farsi credito tra di loro. Inoltre si è avviata una ricerca spasmodica di rendimenti considerati accettabili dagli investitori. Ma gli investitori, soprattutto quelli professionali, devono cercare rendimenti che rispondano alle aspettative dei risparmiatori finali e soprattutto possano giustificare commissioni di gestione che apparivano fisiologiche rispetto al livello dei tassi di venti anni fa, quando metà delle obbligazioni mondiali offriva rendimenti superiori al 5%.

E quindi pare che la gran parte del rischio dei leveraged loans sia nel portafogli di fondi. In particolare speculativi. Non sono poche infatti le banche ad avere accumulato posizioni nel compaio. Se questo mercato dovesse davvero registrare perdite cospicue, sarebbero i risparmiatori di mezzo mondo a pagare direttamente il conto, come è avvenuto quando è esplosa la bolla di Wall Street nel 2000.

E comunque gli effetti sistemici potrebbero manifestarsi se i fondi dovessero liquidare parti consistenti del loro portafoglio buono per fronteggiare richieste di riscatto indotte dalle perdite sul leveraged loans.

Tutto questo significa che la cura delle banche centrali ha raggiunto l’obiettivo fondamentale di evitare una depressione analoga a quella degli anni Trenta, ma ormai gli effetti collaterali rischiano di creare al paziente problemi assai gravi, anche senza arrivare all’ipotesi estrema di un ripetersi della crisi del 2008.

Le banche centrali, dunque, riprendono il possesso del gioco, ma tutti ora si chiedono: quando scoppierà la nuova crisi? Già, il paziente non sta per niente bene e accusa sintomi in più punti del corpo.

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