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Una mancetta a chi perde tutto. Draghi come Conte ignora la realtà

di Gianluigi Paragone.

Altri due decreti come questo e Mario Draghi perde la corona di Governatore dell’Italia. Il Ristori diventa Sostegni ma alla fine la logica dei risarcimenti resta la stessa di Conte. Almeno in questo. Tant’è che gli scontenti sono parecchi. Draghi cammina sulle uova per non rompere alcun equilibrio: più che del consenso degli italiani, a lui interessano gli equilibri dentro il Palazzo al fine di essere eletto Presidente della Repubblica.

Ma torniamo al decreto. La sinistra (che si conferma amica delle multinazionali e nemica della piccola impresa e delle partite iva) fa la preziosa sui condoni – lei che appoggia in Europa i paradisi fiscali – per lisciare il pelo al suo elettorato di fighetta convinti che l’evasione fiscale stia negli artigiani e nei professionisti; mentre la Lega tenta di vendere come un successo un papocchio raggiunto all’ultimo momento sulle cartelle (le cartelle altro non sono, nella stragrande maggioranza dei casi, che crediti dello Stato già ampiamente prescitti; quindi il vantaggio è per lo più a favore dello Stato) che non servirà a sbloccare alcuna situazione critica, per superare la quale bisogna premere un tasto reset.

L’ala destra del governo e l’ala sinistra hanno interessi di platea elettorale troppo diversi e quindi al di là delle dichiarazioni sui post, a favore degli operatori dell’economia reale non atterrerà nulla di buono.

I sostegni, dicevamo. Ecco alcune voci che mi arrivano dalle imprese. Carne viva.

«Ho fatto un po’ di calcoli, se rispetti tutti i requisiti e parametri puoi ottenere dal 2,5% a un massimo del 4,9% del fatturato perso. Non tiene conto delle attività che hanno iniziato nel 2019 o hanno ristrutturato. Qual è il cambio di passo?».

Un altro. «Il Sostegni? L’ennesima presa in giro e vi spiego perché», mi spiega Pasquale Naccari ristoratore fiorentino in prima linea. «Dall’8 marzo 2020 al 19 marzo 2021, per colpa del Covid, ma sopratutto a causa delle decisioni del governo, la mia attività è stata aperta 19 settimane. Ovvero, su un totale di 375 giorni, 242 sono state di chiusura. Persi 133 giorni di aperture serali. I costi, però, hanno continuato a correre ed ora, al netto dei ristori, dovrò trovare 90mila euro per coprire i costi generati dalla chiusura. Per rispettare le norme del distanziamento, nel mio locale ho dovuto ridurre all’aperto il 35% dei posti a sedere, al chiuso il 45%. Ho speso per consulenze tecniche, per i separatori di plexiglas, per sanificare gli ambienti eccetera; ho comprato non si sa quanti flaconi di gel igienizzante e mascherine. Nei giorni di apertura, ho dovuto sostenere il 100% dei costi a fronte di un calo di incassi del 34%. Anche durante i 242 giorni di chiusura con zero fatturato ho dovuto pagare l’affitto (per quanto ridotto del 25%) il condominio, la luce, acqua, gas, rifiuti, telefono, Siae, canone Rai, consulente del lavoro, commercialista, contributi. Ai miei dipendenti, ho versato tredicesima, quattordicesima, accantonamenti Tfr, festività non godute, bonus Renzi, conguaglio di fine anno, senza considerare i costi per le aperture e chiusure a singhiozzo. Solo nei mesi di chiusura ho affrontato costi fissi pari a 116.800 euro, a fronte di circa 40.000 euro di “ristori”, compreso bonus filiera e 2.500 euro dalla Regione Toscana. Secondo lo Stato, dunque, io dovrò trovare 90mila euro per non far fallire la mia azienda. È giusto?».

Infine Rossella Pezzino, imprenditrice in credito con la Pubblica Amministrazione. «Altro che ripartenza… fallimenti per tutti gli imprenditori creditori di uno Stato che ci tratta come fossimo evasori furbetti invece di aiutarci in quanto contribuenti morosi per colpa dello Stato committente ma che non paga. Lo Stato ci spreme e ci butta via».

Questa è l’Italia che il Governatore e la sua maggioranza non vedono.
 

Ecco l’eredità del governo Conte: attività chiuse e mancette. L’urlo dei ristoratori

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