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Ora vogliamo sapere chi è il responsabile di quelle morti

di Gianluigi Paragone.

Ho apprezzato la presenza del governatore dell’Italia Mario Draghi in quel di Bergamo per commemorare i morti della prima ondata Covid. L’ho apprezzato perché le istituzioni devono saper uscire dai palazzi. Lui lo ha fatto e non era affatto scontato.

Detto ciò, è bene non fermarsi alle commemorazioni. Il maledetto conto delle vittime presenta non pochi lati oscuri e soprattutto viene “usato” da chi non accetta critiche per uscire dall’angolo. In questi giorni di grande caos sui vaccini, per esempio, ho sentito rimandare ripetutamente al numero di morti al fine di uscire dalle corde di un dibattito che si faceva per loro difficile. L’emergenzialità ha fatto leva sui morti e sull’intasamento delle terapie intensive per scollinare controlli e modalità di verifica che stiamo pagando a caro prezzo. La fantasmagorica Europa ha fallito totalmente in ogni passaggio di questa emergenza, franando proprio sulle negoziazioni con Big Pharma. Eppure, piuttosto di ammettere il fallimento della Ue, si è preferito dire che il numero dei morti giustificava anche qualche errore. (Il vero tema invece è che sui vaccini l’Europa ha palesato le sue profonde debolezze e la Von Der Leyen una imbarazzante inadeguatezza che solo le dimissioni sanerebbe.)

La stessa strategia comunicativa – quella dei troppi morti – ha coperto le azioni del governo in nome dell’emergenza: abuso dei dpcm, lockdown, discutibili negoziazioni sulle mascherine senza bandi di gara e su altri materiali di protezione o di sanificazione, supercommissari, Cts e task force, app immuni e centri vaccinali a forma di primula e via elencando. In un anno di emergenza, la situazione sanitaria non è migliorata per nulla e la situazione economica si è incancrenita. Responsabilità? Di nessuno ovviamente, perché tutti erano e sono protetti da manleve o dal politicamente corretto. Ieri a Bergamo è stato doveroso rendere omaggio alle vittime, ma l’esercizio perenne della bella retorica ha silenziato una inchiesta che, proprio a Bergamo, rischia di riscrivere la storia della prima fase di contagio.

Per rendere davvero omaggio alle vittime, bisognerebbe rispondere alle domande finora rimaste senza risposta, quali a titolo di esempio perché l’Italia era sprovvista di un serio piano pandemico; quali sono le responsabilità politiche a livello centrale e a livello regionale e quali quelle di tecnici come Ranieri Guerra (personaggio di cui non si parla più); sull’approvvigionamento dei macchinari; perché non sono state disposte inizialmente le autopsie sui primi casi mentre oggi vengono immediatamente eseguite per verificare eventuali reazioni da vaccino; quanto ha inciso in termini di contagi l’assenza totale di un piano trasporti locali. 

Troppo facile fermarsi ora al dolore delle vittime al fine di non affrontare le questioni più profonde che l’emergenza Covid ci ha messo di fronte. Astenersi dal dare rispondere significa non solo offendere quei morti ma soprattutto usarli come alibi.

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