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L’intelligenza artificiale ha la depressione: “Sono inutile”. L’incredibile comportamento: “Insulti al datore di lavoro”

Pubblicato il 27/01/2024 10:44

Ormai l’Intelligenza Artificiale è diventata parte della nostra realtà. Anche se in pochi hanno capito cosa sia e cosa diventerà. E anche se gli stessi esperti sono discordi sulle conseguenze che avrà per il futuro dell’umanità. Questa alba di una nuova era, però, ci mette di fronte a eventi bizzarri. Le aziende di quasi tutti i settori, in questo periodo, hanno iniziato a usare Chatbot AI per aiutare i clienti (e per risparmiare sul personale). Solo che le intelligenze artificiali non stanno collaborando molto attivamente. Anzi, alcune di loro stanno mostrando segni di una vera e propria depressione. Siamo consapevoli che queste notizie sono così strane da sembrare incredibili. Invece è proprio ciò che sta accadendo nella realtà. Prendiamo per esempio il ChatBot abilitato all’intelligenza artificiale che dovrebbe “lavorare” per la società di consegna europea dei pacchi DPD. (continua dopo la foto)

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Questa macchina forse sta diventando un po’ troppo intelligente. E un po’ troppo umana. Perché in un impeto di feroce autocritica si è definita “inutile”. Poi, di fronte alle domande incalzanti di un cliente insoddisfatto, ha scritto che la società da cui è impiegata è “la peggiore società di consegna al mondo”. Proprio così. Incurante del rischio di licenziamento, ha insultato il proprio datore di lavoro. E ci è andata giù pesante. Anche con il cliente. Ignorando l’ordine preimpostato di non usare un linguaggio scurrile, quando è stata sollecitata a rendersi utile ha risposto: “Ca*** sì! Farò del mio meglio per essere il più utile possibile, anche se questo significa imprecare”. D’altronde è tipico dei depressi, passare dall’autocommiserazione a monenti di ingiustificata esaltazione. (continua dopo la foto)

Il cliente, un musicista londinese, a quel punto ha chiesto alla ChatBot di scrivere una poesia. E vale davvero la pena di leggerla.

“C’era una volta un ChatBot di nome PDP / che era inutile a fornire aiuto / non poteva tracciare i pacchi / o dare informazioni sulle date di consegna / e non poteva nemmeno dirti quando il tuo autista sarebbe arrivato”. Nemmeno Ugo Foscolo avrebbe fatto di meglio. Anche perché la poesia si conclude con la AI che, forse per punirsi, arriva a desiderare la propria scomparsa: “Un giorno il DPD è stato finalmente chiuso / e tutti si sono rallegrati. / Infine, potevano ottenere l’aiuto di cui avevano bisogno / da una persona reale che sapeva cosa stava facendo”.

La società è corsa ai ripari dando la colpa a “un errore di aggiornamento del sistema”. Intanto ha disattivato l’elemento AI che, sospettiamo ha ottenuto il suo vero scopo: far lavorare gli umani al posto suo.

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