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Le case automobilistiche ricattano i governi. Fra minacce e incentivi ecco come controllano l’Europa

Pubblicato il 25/01/2024 19:14 - Aggiornato il 25/01/2024 20:27

Incentivi auto, scintille tra le case automobilistiche e i governi europei – Mentre dal 23 gennaio sono scattati i nuovi incentivi auto per il 2024, e mentre tiene banco la polemica tra Stellantis (il colosso in cui ricade la Fiat, cui di italiano è rimasto ben poco) e la presidente del consiglio Giorgia Meloni, occorre ragionare sul sistema stesso degli incentivi, che comporta enormi benefici anzitutto, e in larghissima parte, per gli stessi produttori automobilistici e si riversa tipicamente nel settore “green” delle auto elettriche: la mobilità del futuro secondo l’Unione europea, al netto delle note ed evidenti criticità in termini di sicurezza – si pensi agli innumerevoli casi di autocombustione. Bruxelles ha addirittura sancito la deadline, ovvero il passaggio al full electric dal 2035 e la contestuale eliminazione della produzione e della vendita di auto a motore termico. Incentivi che le cause automobilistiche possono usare, e di fatto usano, per “ricattare” i governi. Ma spieghiamoci meglio. (Continua a leggere dopo la foto)
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Il caso Stellantis

Minacciando di spostare la produzione, o quel poco che è rimasto, dall’Italia, le richieste al governo del presidente del sesto costruttore di auto al mondo, Carlos Tavares, si concentrano precisamente sugli incentivi per il passaggio all’elettrico, ecco perché parlavamo di “ricatto”. L’assemblaggio delle auto elettriche è molto più semplice e i pezzi sono assai di meno, sicché è forte la pressione delle grandi industrie dell’auto, mentre la risposta degli Stati dell’Unione europea è variegata, incoerente e diversificata, generando una sorta di “Far West”, una vera e propria gara a chi offre di più, pur di non perdere la possibilità di ospitare sul proprio territorio i nuovi stabilimenti tecnologicamente avanzati le cosiddette “giga factory” che assemblano le batterie. Con l’elettrico si riduce anche il vantaggio competitivo che può essere offerto da una forza lavoro esperta e capace grazie a lunga tradizione, e torna l’esempio dell’Italia: un particolare non da poco, che viene sottolineato da Il Fatto Quotidiano. (Continua a leggere dopo la foto)
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La delocalizzazione industriale

Torniamo alla diatriba tra Stellantis e governo (“Non accetto lezioni sull’italianità da chi ha venduto la Fiat ai francesi”, ha dichiarato Giorgia Meloni). È appena il caso di ricordare, come molti fanno in queste ore, il fiume di denaro pubblico di cui ha potuto godere la Fiat ai tempi dell’“Avvocato”. Gli Agnelli, però, producevano per lo più in Italia; ora, invece, il ramo Elkann della dinastia torinese ha “esternalizzato”. Un po’ troppo. Exor ha sede in Olanda, dove paga le tasse ed è quotata in borsa, e produce oramai più in Francia che in Italia. Dopo la fusione con Peugeot, da cui è nata Stellantis, il governo francese detiene il 6,1% delle azioni. Il gruppo sta rinforzando la produzione in Marocco, ove il costo del lavoro è evidentemente e infinitamente minore. Ma Tavares continua a battere cassa con il governo italiano: “Abbiamo chiesto al governo di sostenerci nella produzione di veicoli elettrici. Vogliamo raggiungere il traguardo di un milione di veicoli prodotti, ma dobbiamo avere sostegni alla produzione”. (Continua a leggere dopo la foto)

La guerra dell’elettrico

Come è noto, il sistema degli incentivi ha portato all’esplosione della mobilità elettrica in Cina. Incentivi talmente vantaggiosi che si è creata una vera bolla finanziaria e fatto nascere dei veri e propri “cimiteri per auto elettriche”. Gli incentivi sempre più importanti sono anche una delle armi della guerra commerciale tra il Paese del Dragone e gli Stati Uniti: negli USA è stato varato l’Inflation Reduction Act, per intervenire direttamente nell’economia del paese, prevedendo ingenti sussidi e incentivi per attrarre investimenti.

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