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“Le nostre medicine? Sono in mano alla Cina”. La salute di Italia e Ue dipende da Pechino

Pubblicato il 24/08/2020 10:42

L’emergenza coronavirus, e il conseguente lockdown, ha svelato un’altra falla nella perdita di centralità dell’Italia e dell’Europa: le nostre medicine sono in mano alla Cina. Se si bloccano gli scambi commerciali con loro, la nostra salute è in serio pericolo. L’Ue, infatti, non è legata a doppio filo a Pechino solo nel settore del tessile o della tecnologia. La Cina è padrona assoluta dei farmaci. Un’arma strategica fondamentale. Dagli Anni 2000 il Dragone è diventato il più grande produttore mondiale di ingredienti farmaceutici, e copre il 60% della produzione globale di “starting materials”, detti anche “intermedi”, imprescindibili per formare i principi attivi delle nostre medicine. Come spiega molto bene Letizia Tortello nella sua inchiesta per La Stampa, “nel caso della Ue, la dipendenza è totale. Dai farmaci di marca ai gene-rici da banco, analgesici, antin-fiammatori, ai più complessi impiegati in cardiologia e onco-logia: lo scaffale europeo non si riempirebbe senza la farmacia cinese”.

A fare la fotografia di questa bilancia tutta tesa a Est è il Cpa Industry Report 2019, un report della Chemical Pharmaceutical Generic Association, che a inizio settembre presenterà i dati alla Commissione europea. “Il Covid – spiega Tortello – ha creato carenze di approvvigionamento, ma è stato solo l’ultimo dei segnali che la sproporzione va riequilibrata. Il controllo della salute, per Pechino, è un campo in crescita constate (+ 9,1%), di pari passo con l’invecchiamento della popolazione cinese e con la necessità di prepararsi a nuove pandemie, sviluppando in fretta e meglio vaccini e strategie di sopravvivenza”.

“Proprio con l’emergenza coronavirus – spiega il presidente di Assogenerici, Enrique Hàusermann -, l’Europa si è scoperta troppo dipendente, soprattutto nei momenti critici, da Paesi extra-europei”. La principale ragione per cui gli occidentali, Stati Uniti compresi, hanno consegnato le chiavi dei propri farmaci in mano alle aziende orientali è la concorrenzialità sul prezzo: “Il costo di produzione è più basso del 30-40%, a partire dai salari inferiori di un decimo, a volte anche di un ventesimo”, spiega alla Stampa Marcello Fumagalli, general manager di Cpa, da vent’anni leader degli studi sul mercato mondiale dei principi attivi. Poi, c’è il tema ambiente: Pechino può permettersi di produrre molecole necessarie al settore farmaceutico in stabilimenti pericolosi o inquinanti.

“C’è, però, un altro prezzo immateriale che dobbiamo pagare – aggiunge Tortello – quello della qualità dei prodotti. Come racconta Gian Mario Baccalini, vicepresidente dell’European Fine Chemical Group e di Aschimfarma: “Se da noi il livello di garanzia dei principi attivi prodotti è 10, perché siamo sottoposti a stringenti controlli, in
Cina è 3-4, in India tra il 2 e il 3″. Intanto, Usa, Francia e Germania provano a tamponare e a riprendere centralità per non restare troppo dipendenti dalla Cina. E l’Italia – che con il governo Conte bacia sempre più i piedi ai cinesi – cosa pensa di fare? In conclusione, un altro dato: oggi, l’unico laboratorio rimasto in Europa che ospita tutte le fasi di produzione di un antibiotico salvavita come la penicillina è in Austria.

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