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“Conflitto d’interessi colossale”. Ecco come Big Farma controlla la “politica”. L’inchiesta che chiarisce tutto

Pubblicato il 18/01/2023 17:18 - Aggiornato il 18/01/2023 17:19

Big Pharma finanzia il 70% dei senatori e dei membri del Congresso degli Stati Uniti, come si evince da un articolo di Antonio Amorosi per Affari Italiani. Negli Stati Uniti le attività di lobby sono legittime, legali nonché fortemente radicate nella cultura politica. Nessuno si scandalizza nell’apprendere che un deputato o un senatore favorisca o ostacoli un determinato progetto di legge in base ai finanziamenti che riceve. Eppure sorge, in tutta evidenza, un problema di conflitti d’interesse o, se vogliamo, di opportunità. Tanto più vero se pensiamo alle lobby del farmaco, e, in definitiva, alla nostra salute. La sanità è al collasso, ma non soltanto qui in Italia: anche negli Stati Uniti, ove vige un sistema sanitario “misto” – ovvero la maggior parte dei cittadini è coperta da polizze assicurative pubbliche o private – negli ultimi mesi si è registrata una escalation di considerevoli aumenti per le spese sanitarie dei cittadini USA. Inoltre, il peggioramento dei servizi sanitari pubblici sta indirizzando i cittadini verso il business privato. Un sistema davvero poco democratico, quello sanitario a stelle e strisce. Dopo questa premessa, torniamo a quel 70%. Più di due terzi, dunque, dei parlamentari statunitensi hanno incassato un assegno dall’industria farmaceutica prima delle elezioni del 2020. Quantificando ancor meglio, su 100 senatori in 72 hanno ricevuto finanziamenti dalle più grandi aziende farmaceutiche; su 441 membri del congresso, corrispondenti ai nostri deputati, sono 302 ad aver incassato risorse da Big Pharma. Questi dati, che danno non poco da pensare, sono stati raccolti e pubblicati da STAT, che è al contempo una struttura investigativa e un sito di notizie americano dedicato al tema della Sanità e della salute. A fondarla, nel 2015, John W. Henry, proprietario di The Boston Globe, il quotidiano che scoperchiò la pedofilia diffusa nel clero statunitense e le coperture di cui ha goduto. Insomma, c’è da fidarsi del piglio investigativo della stessa STAT. (Continua a leggere dopo la foto)
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Big Pharma finanzia 70% congresso

Lev Facher, che ha curato l’inchiesta, ha scritto che “L’ampiezza della spesa evidenzia la continua influenza dell’industria farmaceutica a Washington”, aggiungendo che, “mentre l’industria farmaceutica ha dato soldi a un’ampia gamma di candidati, si è concentrata in particolare su quelli dei comitati chiave che sovrintendono alla legislazione sanitaria”. Sicché non è difficile credere che “pochissimi candidati che hanno accettato i soldi dell’industria farmaceutica hanno finito per perdere la rielezione”. STAT, continuiamo a leggere su Affari Italiani, “ha messo a disposizione una mappa interattiva” che consente ai lettori di visualizzare i contributi singoli dell’industria farmaceutica “per Stati, legislatori e distretti congressuali”. Ora, va anche detto, come scrive il portale Pressenza chi si nasconde dietro l’anonima dicitura Big Pharma: Black Rock, Vanguard e Wellington, sono tra i più grandi fondi di investimento che possiedono, rispettivamente, l’8,12%, il 7,46% e il 4,22% della Pfizer. Le azioni BackRock sono aumentate del 70% dall’inizio della pandemia; le azioni Vanguard sono invece aumentate del 62% nel medesimo lasso di tempo. Un conflitto di interessi enorme che mette un punto interrogativo ancora più grande sulle politiche sanitarie, su quanto queste corrispondano davvero agli interessi dei cittadini piuttosto che a quello di aziende private, che non si ispirano a nessun principio fuorché a quello della massimizzazione dei profitti. (Continua a leggere dopo la foto)

E in Italia? La situazione è sicuramente ancor meno trasparente. Almeno negli USA si può sapere chi finanzia chi, e dunque ipotizzarne il perché. Da noi in Italia, per una legge del 2013, sotto il governo Letta, nominata “Abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti”, i versamenti devono essere tracciabili. Ma poi, per un intervento del Senato (all’epoca a maggioranza Pd) s’è stabilito che i nomi di chi versa possono non risultare, in nome della privacy (o di un distorto concetto della stessa). È stato, pertanto, sancito che dai 5.000 ai 100.000 euro non è più obbligatorio rivelare i nomi dei finanziatori.

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