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“A crescere è soltanto il lavoro precario”: i numeri che bocciano (sonoramente) il governo Draghi

Pubblicato il 02/02/2022 12:53 - Aggiornato il 03/08/2022 14:16

Neanche il tempo di insediarsi a Palazzo Chigi che Mario Draghi ha subito potuto contare sulla benevolenza della stampa italiana, quasi tutta concorde nel ricoprire di osanna l’ex presidente della Bce. Con titoli che, in successione, in questi mesi hanno recitato: “Crescita ai massimi”, “Pil in ascesa”, “incrementi economici mai così alti”. Peccato, però, che la verità sia un’altra, anche se in molti tendono a nasconderla: a crescere, infatti, è stato soltanto il lavoro precario.

A fare un quadro della situazione sono stati Alessandro Bonetti e Roberto Rotunno attraverso le pagine del Fatto Quotidiano, con risultati ben diversi da quelli dipinti da tanti altri giornali italiani. Sul fronte crescita economica, stando alle stime preliminari rilasciate dall’Istat il 31 gennaio, nel 2021 il Pil “è aumentato del 6,5% rispetto al 2020”. Un risultato accolto con grandi pacche sulla spalla dagli esponenti dell’esecutivo, che si sono subito intestati il merito del successo. Ma questo indicatore, da solo, “restituisce una prospettiva distorta”. Per onestà bisognerebbe anche aggiungere, infatti, che era dalla Seconda Guerra Mondiale che non si vedeva una recessione come quella del 2020. La crescita del Pil, dunque, “più che un balzo è un rimbalzo”.

Nel corso del 2020, scrive il Fatto, “l’economia italiana si era contratta del 9% ed è naturale che poi (con l’alleggerimento delle misure restrittive, la piena attivazione degli stabilizzatori automatici e la doverosa spesa pubblica anticiclica) si sia tornati a una maggiore attività”. C’è poco da festeggiare, insomma, visto che in realtà ci stiamo solo rialzando, a fatica. La conferma arriva dai dati che riguardano il mondo del lavoro. Un numero su tutti: a dicembre 2021 il totale di persone occupate in Italia risulta inferiore di 286 mila unità rispetto al febbraio 2020.

Guardando alla qualità delle nuove assunzioni, poi, la preoccupazione finisce addirittura per aumentare: “Nell’ultimo mese del 2021, i dipendenti a termine hanno raggiunto quota 3 milioni e 77 mila. Stiamo a un passo dal record storico di 3 milioni e 97 mila ottenuto a maggio 2018, prima dell’arrivo del Decreto Dignità. Nell’ultimo rapporto trimestre dell’anno appena trascorso, gli unici rapporti che mostrano un saldo positivo (+92 mila) sono i precari, mentre gli indeterminati sono scesi di 17 mila unità”. Una dinamica che, complessivamente, si è vista lungo tutto il 2021.

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