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“Licenziato a 63 anni, dopo 30 di tasse e contributi, e in povertà assoluta”

Di seguito riportiamo la lettera inviataci da una delle nostre lettrici, Giuseppina Braiani. Se qualcuno volesse contattare Giusy per aiutarla, può trovare il suo conto e-mail alla fine della lettera.

“Insigne onorevole Paragone, vivo insieme alla mia famiglia a Gela (Sicilia) e sono mamma di una splendida bambina di due anni.

Mi trovo qui a scrivere, disperata, per conto e per nome dei miei genitori.

Purtroppo la situazione che stanno, e che noi tutti stiamo vivendo, si sta facendo sempre più disperata e insostenibile. Ho paura di qualche gesto scellerato da parte di uno dei miei genitori. Sono stati lasciati soli, abbandonati da uno Stato che è sempre meno disponibile e corretto nei confronti dei più fragili e onesti. 

Scrivo a Lei nella speranza di potere riuscire a dare “VOCE” alla mia vicenda che va avanti nel silenzio più assoluto a scapito della salute fisica e mentale dei miei genitori. 

Arrivo subito al punto.

Tutto è cominciato nell’ormai lontanissimo dicembre 2018 quando mio padre, semplicissimo operaio trasfertista (si parla di trasfertismo quando è lo stesso contratto individuale di lavoro a prevedere l’obbligo del lavoratore, che viene appunto detto trasfertista, a prestare la propria attività lavorativa in sedi di lavoro sempre diverse) con contratto a tempo indeterminato in servizio presso una grossa ditta di Ravenna operante nella metalmeccanica, veniva licenziato alla “tenera” età di 63 anni per ridimensionamento del personale.

Premetto che mio papà ha lavorato per quella ditta per 12 anni e che a causa di quel lavoro è stato lontano da Noi, la sua famiglia, per tantissimi anni in quanto, essendo appunto trasfertista, era sempre in giro per l’Italia. 

Ecco spiegato l’inizio del “calvario” della mia famiglia.

Ebbene sì, dopo esser stato licenziato a 63 anni si è iscritto all’ufficio collocamento di Gela, in Sicilia, città in cui viviamo e, come si può benissimo immaginare, non è riuscito a rimettersi nel mondo del lavoro considerata anche l’età ormai non giovanissima.

Pertanto si è mosso facendo richiesta per l’indennità NASPI che ha percepito da gennaio 2019 fino ad agosto 2020. Inizialmente l’assegno mensile di disoccupazione era discreto, in quanto rapportato alla media dello stipendio mensile percepito da lavoratore, tuttavia, negli ultimi mesi, i soldi che arrivavano a mala pena bastavano per pagare bollette e tasse (l’assegno NASPI diminuisce in maniera proporzionale nel corso del tempo). 

Finita la Naspi, vista la presenza di tutti i requisiti, per mezzo dell’assistenza di un Patronato, ha fatto richiesta, in data 09 ottobre 2020, per essere ammesso a percepire l’Ape Social (regolamentata dall’articolo 1, commi da 179 a 186, della legge di bilancio 2017 e s.m.i.) necessaria per accompagnarlo in maniera dignitosa fino alla pensione.  

Ad oggi, 12 marzo 2021, non abbiamo ricevuto nessuna risposta da parte dell’INPS, precludendo così la possibilità di accedere ad altri sussidi (tipo il reddito di cittadinanza), in quanto l’accesso al beneficio non è compatibile con i trattamenti di sostegno al reddito connessi allo stato di disoccupazione involontaria, con l’assegno di disoccupazione ecc.

Intanto, a decorrere dal mese di settembre 2020 fino ad oggi, i miei genitori non percepiscono nessun reddito. Io e la mia famiglia cerchiamo di aiutarli e sostenerli anche a livello economico, purtroppo i soldi non bastano neanche per noi per cui ricorriamo spesso a prestiti, ma sono certa che prima o poi anche quelli finiranno. 

In questi mesi abbiamo varie volte contattato l’INPS per avere informazioni in merito, ma nessuno riesce a darci risposte certe e si limitano a scusarsi per l’inconveniente rassicurandoci di sollecitare chi di competenza. 

Nel frattempo passano i giorni e i mesi, e la preoccupazione di cosa riservi il futuro ai miei genitori, cresce sempre di più in loro. Quanto tempo ancora può andare avanti questa situazione?

Credo veramente che in un Paese come l’Italia, la cui Costituzione all’articolo 3 sancisce la “pari dignità sociale”, questo non sia accettabile.

Non voglio credere che nessuno sia in grado di dare una risposta ad un cittadino Italiano che ha lavorato, versato contributi, pagato tasse per più di trent’anni. 

Chiedo semplicemente che venga dato risalto a questa nostra drammatica situazione con la speranza che qualcuno da parte dell’INPS ci contatti e ci dia le dritte giuste su come e cosa fare per dare un minimo di reddito ai miei genitori”.

Per aiutare e contattare Giusy: [email protected]

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