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Questo governo è nemico dei lavoratori e della Costituzione

di Savino Balzano.

La centralità del tema del lavoro, in questa fase epocale per la storia del nostro Paese, è dettata dal fatto che su questo terreno sarà combattuta una delle battaglie politiche più dure dei prossimi mesi. È bene dirlo senza mezzi termini: ad oggi non esiste alcuna forza politica (di consistenza rilevabile) che nutra la volontà e abbia la possibilità di combattere questa battaglia. 

La notizia, ormai ampiamente diramata dalla stampa, relativa alla nascita di una nuova forza politica, guidata dal senatore Gianluigi Paragone, che ponga come primo punto la necessità di uscire dall’Unione europea e dall’euro è assolutamente positiva: l’ordinamento comunitario è geneticamente incompatibile (prima di tutto sul piano economico, ma anche su quello politico) con il diritto del lavoro disegnato in Costituzione e cementato nel cosiddetto trentennio glorioso. 

L’Unione europea è incompatibile con la sfera fondamentale dei diritti civili e politici del lavoro, cioè con tutti quei diritti che rendano dignitosa e libera l’esistenza della persona. 

Nonostante la tensione e le criticità tangibili su questo terreno, redigere un programma politico in materia di lavoro per il nuovo partito sarà davvero semplice. I princìpi sono già tutti scritti, incisi in un testo tanto sacro quanto tradito: la nostra Costituzione. 

Combattere per il lavoro significa farlo per la democrazia e ciò mostra la portata di questa missione: l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Un principio semplicissimo ma fondamentale perché sancisce definitivamente il rapporto esistente tra lavoro e democrazia. I costituenti avevano in testa però un preciso modello di lavoro, descritto negli articoli successivi della Carta: tutelato, protetto, rivolto a tutti. Solo quello specifico modello di lavoro, infatti, garantisce al lavoratore la possibilità di partecipare, di prendere parte attivamente alla vita politica del Paese, consentendo all’anima democratica dell’Italia di esprimersi, dal momento che privo di tutele reali, sottoposto al ricatto arbitrario, egli sarà inevitabilmente costretto all’isolamento e alla rinuncia.

Lo Stato ha il compito di agire perché il lavoratore sia davvero libero: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La politica e le istituzioni da essa governate non possono restare con le mani in mano o limitarsi ad esprimere un principio: hanno il compito di agire, attivamente e in prima istanza, perché quel rapporto tra lavoro e democrazia non resti solo una promessa, ma viva e si traduca in una tradizionale prassi del vivere civile.

Nella Costituzione la figura del lavoratore e quella del cittadino coincidono: la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Lo Stato ha il dovere costituzionale di promuovere la piena occupazione: la disoccupazione strutturale (maledetta intuizione neoliberista di stampo europeista) non esiste nella nostra Costituzione, o meglio, è da considerarsi letteralmente incostituzionale. A pensarci bene, dopotutto, la Repubblica per essere democratica non poteva che essere fondata su un diritto rivolto alla totalità dei suoi cittadini: proprio quello al lavoro. 

Che da un preciso modello di lavoro derivino libertà e dignità, la Costituzione lo sottolinea ancora: si afferma come la Repubblica curi la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori e come il lavoratore abbia diritto ad una retribuzione sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Tutto questo è evidentemente riconducibile a ciò che in Costituzione viene considerato di utilità sociale e in merito a questo si afferma che l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale: i liberisti al soldo di Bruxelles devono rassegnarsi all’idea che non è sul mercato o sulla tanto evocata mano invisibile che il nostro testo fondamentale fonda la Repubblica, bensì su un’azione specifica e diretta di quest’ultima, per mezzo dello Stato, a tutela dei più deboli e dei lavoratori in generale.

È strumentale chi la legge come un’impostazione “contro le imprese”: al contrario, è un’interpretazione che parte dalla consapevolezza per cui il tessuto produttivo di un paese può fiorire solo laddove lo Stato intervenga per creare un circolo economico virtuoso, attraverso la promozione della piena e buona occupazione, ma anche attraverso un intervento pubblico che, come ebbe a dire Aldo Moro in sede di dibattito costituzionale, «non esclude le iniziative individuali, ma le coordina, le disciplina e le orienta» in nome dell’interesse collettivo. D’altronde, è sotto gli occhi di tutti come la stagione dei diritti e dell’economia mista, in Italia, sia stata associata a un’espansione economica senza precedenti del settore privato, e come, al contrario, l’abbattimento di quegli stessi diritti, nel corso dell’ultimo ventennio, in buona parte grazie all’impianto dell’Unione europea e dell’euro, sia stato associato a una drammatica contrazione dell’apparato produttivo piccolo e medio, fondato sulla domanda interna, a vantaggio della grande industria multinazionale. 

Per questi motivi l’attuale governo agisce incostituzionalmente: dopo aver provato ad insabbiare il programma col quale si sono presentati alle ultime elezioni politiche, i soci di maggioranza del Movimento 5 Stelle sono pronti a tradire il loro stesso decreto “Dignità”, liberalizzando completamente il contratto a tempo determinato, sostenendo disonestamente che sia indispensabile a creare occupazione. È esattamente l’opposto di quanto reciti la nostra Costituzione, che nei diritti dei lavoratori vede il presupposto proprio alla piena occupazione. 

Erodendo i diritti dei lavoratori non si creano nuove opportunità di lavoro, Gualtieri sta mentendo spudoratamente all’opinione pubblica sostenendo questa falsità: il risultato sarà solo quello di precarizzare e schiavizzare i lavoratori italiani e lo sa benissimo persino Luigi Di Maio, che proprio su questo punto aveva attaccato durissimamente il Jobs Act di Renzi, che ora pare invece sposare completamente. 

Questa politica, unita da destra a sinistra dalla lotta liberista ai diritti dei più deboli, si è dimostrata indegna di guidare il Paese e la risposta non può che essere in una forza nuova, autorevole e popolare che ponga il lavoro al centro della sua battaglia politica. 

È necessario restaurare: ripristinare quei diritti conquistati col sangue all’indomani della guerra e a seguito delle lunghe e dolorose lotte per la dignità e la libertà del lavoro, fino agli inizi degli anni ‘70.

È fondamentale poi estendere quei diritti: a chi oggi è nel mondo del lavoro, prestando la propria opera con formule contrattuali differenti dal contratto di lavoro dipendente. Il lavoro è lavoro, sempre, e sarà fatale battersi per la sua tutela, dignità e libertà, a prescindere dal fatto che sia dipendente o autonomo. Lo Stato sociale deve tornare ad essere una priorità di tutti e per tutti. 

È il gioco il futuro, la libertà e la democrazia dell’Italia: il programma è già scritto, la nostra Costituzione.

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