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L’assurdo caso dei bambini rinchiusi in un orfanatrofio-lager cinese, nel silenzio di tutti

Una storia terribile, inaccettabile, che ancora una volta mette in evidenza i tanti lati oscuri di una Cina alla quale parte del nostro Paese continua a guardare con benevolenza, aiutandola a nascondere sotto il tappeto la tanta polvere ancora in casa. Succede così, nel silenzio generale, di leggere di quattro ragazzini uiguri, etnia di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina, deportati in una sorta di orfanatrofio lager. Senza che nessuno punti direttamente il dito contro Pechino, a partire dal nostro ministro degli Esteri Luigi Di Maio, troppo preoccupato di infastidire il Dragone.

La coincidenza temporale, sottolineata in queste ore da Il Giornale, è ancora più agghiacciante: nei giorni di giugno 2020 in cui proprio Di Maio elogiava pubblicamente la Cina per l’invio di mascherine all’Italia (poche, in realtà, e non di ottima qualità), iniziava il dramma di questi quattro ragazzi. Yaheva, Muhammad, Zumeryem e Xiaydam, figli di una coppia uigura (Ablikim e Mihriban) fuggita nel 2016 in Italia perché la donna, incinta del quinto figlio, voleva evitare l’aborto obbligatorio per legge. I due avevano così deciso di lasciare la Cina, ma nel frattempo avevano perso i contatti con i quattro e con i parenti ai quali erano stati affidati a causa del precipitare della situazione nell’area dello Xinjang.

Soltanto nel 2019 la coppia era riuscita a tornare in contatto con i ragazzi, avviando le pratiche per un difficile ricongiungimento. I quattro erano riusciti ad arrivare a Shangai, senza però superare i controlli di sicurezza che avevano impedito loro di raggiungere il consolato italiano. A nulla era servito l’invio tramite mail dei nulla osta rilasciati, nel frattempo, dalla Procura di Latina, alla quale la coppia si era rivolta. I giovani si erano visti respingere la richiesta da un’agenzia esterna delegata al rilascio visti.

L'assurdo caso dei bambini rinchiusi in un orfanatrofio-lager cinese, nel silenzio di tutti

E così alla fine i quattro sono finiti in un orfanatrofio di Stato dello Xinjiang e sulla loro sorte, col passare delle settimane, è finito per calare una fitta quanto inquietante nebbia. Con il ministro degli Esteri Di Maio che continua a non prendersi la responsabilità di assumere una posizione forte e accusare la Cina, Paese dove ancora oggi dinamiche del genere sono all’ordine del giorno. E al quale, in maniera più che preoccupante, una parte dei nostri politici continua a guardare con ammirazione.

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