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Dall’Ilva a Piombino, per l’acciaio italiano un’altra stagione di rischi e confusione

Continua il periodo nero dell’acciaio italiano: a un anno dall’acquisizione dell’ex Ilva da parte di ArcelorMittal, il cantiere a Taranto resta ancora aperto nei suoi nodi nevralgici, dall’ambiente all’occupazione. Un dossier complicato al quale si aggiunge anche quello relativo all’ex Ferriera di Trieste (oggi del gruppo Arvedi), che vede 400 posti di lavoro a rischio e tanti dubbi sul futuro dell’area dopo la decisione delle istituzioni locali di procedere senza indugio con la richiesta di spegnimento dell’altoforno.

Due spine alle quali si aggiunge poi il caso Piombino, dove il rilancio della ex Lucchini, con circa 2mila addetti di cui la maggior parte ancora in cassa integrazione, è ancora tutto da scrivere. Incertezze e punti interrogativi che coincidono con una situazione di mercato, soprattutto in Europa, ancora incerta, in un contesto di sovracapacità produttiva conclamata.

Sul fronte Ilva, un anno dopo la firma da parte di ArcelorMittal dell’accordo con i sindacati, la situazione è più complicata di quanto si potesse stimare, a causa di fattori generali, come il mercato, e specifici. Le perdite nel trimestre aprile, maggio, giugno sono state pari a 150 milioni, più alte della gestione commissariale e con una possibile proiezione, su base annua, di 600 milioni. Tant’è che l’azienda ha messo in campo un piano per ridurle entro il quarto trimestre.

Come spiega il Sole 24 Ore, però, i problemi sono tanti: l’obiettivo di produzione, causa la crisi del mercato, è stato ritarato da 6 a 5 milioni annui e i 6 milioni spostati al 2020. Ma per ora come ambizione, più che come target, perché la domanda in Europa resta molto incerta. ArcelorMittal prevede un terzo trimestre in frenata. Negativamente influenzata dalle limitazioni allo scarico delle materie prime necessarie agli altiforni la produzione di acciaio grezzo viene stimata intorno a 970mila tonnellate e quella quotidiana in calo a 10,5 migliaia di tonnellate.

Sembra essere destinato definitivamente alla chiusura, invece, l’altro altoforno italiano (oltre a quelli di Taranto) ancora attivo in Italia, quello di Servola, che oggi produce ghisa per alimentare l’acciaieria del gruppo Arvedi. Qui, a differenza di Taranto, l’iter relativo agli adempimenti delle prescrizioni ambientali assunte con l’accordo di programma si è concluso, mentre sul piano industriale il sito è pienamente integrato nel ciclo produttivo del gruppo cremonese. L’impatto ambientale e l’opportunità di dare una nuova vocazione all’area a ridosso della banchina ha portato però le istituzioni locali a un pressing al quale, nei giorni scorsi, l’imprenditore Giovani Arvedi si è arreso suo malgrado. Ora si aprirà un percorso di confronto per discutere come fermare l’attività a caldo, con una serie di incognite legate allo smantellamento e soprattutto alla gestione della dinamica occupazionale.

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