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Così le lobby del gioco d’azzardo aggirano (anche grazie all’Agcom) i divieti sugli spot

Era il luglio 2018 quando il governo approvava una norma del decreto Dignità per vietare la promozione del gioco d’azzardo un po’ ovunque. Basta pubblicità per spingere i giocatori a tentare la fortuna, un’imposizione che riguardava più o meno ogni settore, dalla tv alla rete passando per radio, giornali e cartelloni pubblicitari. A un anno dal varo, però, la norma ha perso gran parte della sua efficacia, mostrandosi debole e piena di possibili scappatoie per chi non vuole sottostare al diktat.

A minarne l’efficacia, l’intervento (o meglio la scarsa capacità di intervento) dell’Agcom, l’Autorità di garanzia per la Comunicazione. I Cinque Stelle avevano dato vita a un articolo e sette commi, delegando proprio all’autorità il compito di controllare e interpretare la legge, delimitandone i confini. L’iniziale scomparsa dei loghi del gioco d’azzardo dai media generalisti era stata così soltanto una finta resa da parte della lobby del settore, pronte invece ad approfittare della debolezza dell’ente di vigilanza.

L’Agcom nominata dal governo Monti, avviata verso la scadenza del mandato, aveva infatti indetto un’audizione per comporre le “linee guida”. La delibera era stata poi diffusa il 18 aprile e sottolineava le perplessità espresse dai soggetti intervenuti. Che, per la cronaca, erano le stesse lobby del gioco che il provvedimento avrebbe dovuto contrastare, da Sisal a Fergioco passando per Lottomatica, Sistema Gioco e affini. Al netto di alcuni dilemmi più che legittimi sull’applicazione delle direttive, ecco allora comparire anche pratiche scorciatoie per aggirare i paletti.

Dall’Agcom arrivava infatti la distinzione tra “informazione” e “promozione”. Venivano consentiti gli “spazi quote” nelle rubriche ospitate nei programmi sportivi (televisioni e internet) e alcuni tipi di televendite. Assoluta libertà per la stampa specializzata. Successivamente l’Agcom, presieduta da Angelo Cardani, invia al governo una segnalazione, suggerendo una riforma. Riassumendo gli impatti negativi del decreto su tv (60 milioni di euro in meno), editoria, Serie A e via dicendo. Ma senza una parola sui benefici per il sistema sanitario impegnato nella lotta alla piaga della ludopatia. Ora, nell’attesa della riforma del decreto, i tempi saranno ovviamente dilatati. Per la gioia di chi, sulle scommesse degli altri, continua a fare affari.

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