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Per 5 dollari Google compra i volti dei passanti: cosa faranno con i nostri dati

Google sta offrendo ai passanti di alcune città americane 5 dollari per migliorare il sistema di scansione del volto che finirà sui suoi prossimi smartphone. Dunque, questo è il valore della nostra privacy e del dettaglio dei nostri volti. Cinque dollari. L’esperimento va di pari passo con un’altra iniziativa targata Amazon che prevede un compenso per la scannerizzazione del proprio corpo.

Alcuni dipendenti dell’azienda di Mountain View si presentano ai passanti per l’esperimento, nelle strade di New York e di altre città americane, e alle persone che accettano di partecipare viene fatta firmare una liberatoria. E poi, certo, la carta regalo da 5 dollari da spendere su Amazon o da Starbucks.

Poi cosa accade? Il proprio volto viene analizzato da diverse angolazioni, nei minimi dettagli. I dati vanno così ad alimentare gli algoritmi di intelligenza artificiale alla base del sistema di riconoscimento facciale dei nuovi Pixel, i telefoni che Google lancerà sul mercato nei prossimi mesi.

Amazon, invece, a maggio dava una carta regalo di 25 dollari a chi era disposto a farsi scannerizzare il corpo, fornendo così una serie di dati potenzialmente utili a rifinire le taglie per la vendita di vestiti online. A questo punto è lecito chiedersi: siamo davvero disposti a svendere i dati dei nostri volti e dei nostri corpi per una manciata di dollari? A quanto pare sì.

Una recente indagine di Kaspersky ha messo in rilievo che oltre un terzo degli utenti a livello globale è disposto a dare accesso ai propri dati in cambio di denaro. E più della metà delle persone che utilizza Internet ritiene che avere una privacy nel mondo digitale attuale sia praticamente impossibile. Tanto vale… Negli Stati Uniti, infatti, una serie di associazioni per i diritti umani hanno lanciato appelli alla Silicon Valley a non vendere questo genere di software alle agenzie governative.

E cresce il rifiuto di alcune città americane ad usare il riconoscimento del volto. Dopo San Francisco e Sommerville, la terza città a decidere lo stop è stata Oakland, in California. La decisione, come ha spiegato il sindaco, sarebbe stata presa dopo uno studio che dimostra una minor accuratezza di questo tipo di soluzioni per le donne e le persone di colore in generale, sollevando così preoccupazioni non solo sulla privacy ma anche sulla discriminazione razziale. Chi più ne ha più ne metta.

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