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Ecco come Ikea ha evaso 1 miliardo di tasse in Europa. In arrivo una maxi stangata alla multinazinale svedese

Ikea finisce nei guai e l’accusa è di quelle che mettono i brividi: un miliardo di euro di evasione fiscale. L’impero svedese dei mobili low cost rischia dunque una pesante stangata nei prossimi tre mesi. La Commissione europea sarebbe pronta a chiudere l’indagine aperta nel dicembre 2017 sui due accordi fiscali che l’Olanda ha concesso nel 2006 e nel 2011 a Ikea e che gli hanno permesso di pagare meno tasse del dovuto alterando con aiuti di Stato la concorrenza.

Così entro la fine dell’anno la multinazionale potrebbe essere condannata a pagare all’Olanda, dove già versa tasse irrisorie, milioni di euro di imposte arretrate. Un’indiscrezione supportata dal duro colpo che in questi giorni i Paesi Bassi hanno promesso di sferrare ai colossi societari rivedendo il proprio sistema fiscale accusato di essere troppo vicino a un paradiso fiscale.

Bruxelles intanto si è rifiutata di commentare l’indiscrezione, riportata in Italia da Il Fatto quotidiano. Dicono che è tuttora in corso l’indagine contro la multinazionale svedese scaturita da uno studio commissionato nel 2016 dal gruppo dei Verdi del Parlamento Ue. Secondo il dossier, Ikea ha eluso 1 miliardo di euro di tasse tra il 2009 e il 2014 con una perdita per ogni Paese – si legge nel documento di 34 pagine – che va dal 35% in meno incassato in Belgio al 46% di Danimarca e Svezia fino al -64% della Francia.

Pensate che tutti i negozi Ikea in giro per il mondo versano solo il 3% del loro fatturato a una società olandese (Inter Ikea Systems, a sua volta controllata da una fondazione, la Stichting Ingka, che sposta i soldi in Lussemburgo sotto forma di interessi su un debito da rimborsare a un’altra società del gruppo, la quale a sua volta paga al fisco solo lo 0,06% delle cifre ricevute).

A seguire, i ricavi finiscono la propria corsa in Liechtenstein, dove i dividendi giungono nella pancia di un’altra fondazione del gruppo senza essere tassati. Il dossier è in mano alla riconfermata commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, che dal 2016 segue l’indagine.

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