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Vaccini, Von der Leyen come Arcuri: Ue ultima nel mondo, prima la Gran Bretagna

E così si scoprì che la Von der Leyen altro non era che una Arcuri in salsa europea. Gli errori negli ordini, il no all’export e una serie di operazioni non all’altezza del ruolo che ricopre: ecco perché l’Europa è così drammaticamente indietro coi vaccini. E ora saltano fuori anche le prove. L’Ue è ultima al mondo per somministrazioni e per tempistiche in cui verrà raggiunta l’immunità di gregge. La prima? La Gran Bretagna. Altro che disastro Brexit, quindi. Un’altra conferma che qui c’è un unico disastro e si chiama Unione Europea. Le tabelle presenti in questo articolo, ufficializzate da Our World in Data, danno una rappresentazione grafica del disastro europeo. A fare ordine ci ha pensato anche il Corriere della Sera raccontando delle responsabilità di Von der Leyen e dell’Europa. Vediamo nel dettaglio come stanno le cose. (Continua a leggere dopo la foto)

Dal Sudafrica all’India, dalla Gran Bretagna all’Egitto, decine di governi sembravano avere qualcosa da dire contro la Ue. Racconta il Corriere: “L’Europa non è la vincente della campagna globale di vaccinazione, al contrario: è in difficoltà in confronto a Paesi con livelli di reddito paragonabili. Nel giorno di quella tesa riunione al Wto, secondo Our World in Data, aveva ricevuto almeno una dose di vaccino appena il 4% della popolazione in Italia, meno del 4% in Germania e Belgio e meno del 3% in Francia. In confronto, Israele era già al 62%, la Gran Bretagna al 17% e gli Stati Uniti all’11%. Persino negli Emirati Arabi Uniti si era già quasi a metà della popolazione autoctona”. (Continua a leggere dopo la foto)

Sul ritardo clamoroso sul fronte vaccini, le accuse verso l’Europa sono molteplici. “Non solo Bruxelles ha deciso di limitare l’export al resto del mondo di qualunque prodotto collegato ai vaccini, smentendo con le proprie azioni ciò che la Ue sostiene da sempre riguardo all’apertura degli scambi. Si oppone anche a far scattare una clausola prevista dagli accordi Trips del Wto («Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights») che, in caso di emergenze internazionali di salute pubblica, sospendono i monopoli sui farmaci garantiti dai brevetti. Alle case madri verrebbe riconosciuta una royalty, ma si potrebbe accelerare molto la produzione di vaccini e renderli finanziariamente abbordabili anche per Paesi a reddito medio-basso (dove per ora la copertura vaccinale è bassissima)”. (Continua a leggere dopo la foto)

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Come è noto, a fine giugno scorso si è deciso che sarebbe stato l’esecutivo di Bruxelles a negoziare ed acquisire i vaccini per tutti i Paesi dell’Unione. Bel risultato, vero? Scrive ancora incredibilmente il Corriere: “È con gli errori di Bruxelles e in particolare di Von der Leyen che gli osservatori – soprattutto in Germania e nel Regno Unito post-Brexit – spiegano il ritardo europeo sui vaccini. Nell’europarlamento si è contestato che la Commissione ha perso tempo prezioso, perché si è attardata a tirare sul prezzo dei vaccini. Così Bruxelles avrebbe spinto le case farmaceutiche a dare priorità alle forniture, a favore di altri committenti. Per esempio: Bruxelles paga 12 euro per ogni dose del vaccini Pfizer, mentre Israele sembra aver accettato un costo di 47 dollari ‘a persona’ (dunque in doppia dose)”. (Continua a leggere dopo la foto)

Inoltre, “i negoziatori europei hanno impiegato molto tempo a discutere con le case farmaceutiche la questione della ‘responsabilità’ (ovvero, chi paga se i vaccini provocano reazioni impreviste o se dovessero causare il decesso dopo la somministrazione). Ciò avrebbe contribuito a far sì che l’Unione europea ha concluso i suoi contratti con Pfizer e Moderna in ritardo rispetto alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti ed è passata dunque in coda anche sui tempi di fornitura”. Infine, “la Commissione europea non ha esperienza nel trattare contratti farmaceutici e avrebbe finito per subire alcune condizioni sfavorevoli senza capirlo. La prima fra queste: l’aver accettato che Pfizer si impegnasse su certi quantitativi di consegne su base trimestrale (per esempio, 8,7 milioni di dosi all’Italia entro fine marzo e altri otto milioni entro fine giugno), senza vincoli precisi su base settimanale. Questa vaghezza sui tempi fa sì che la casa americana adesso punti a fornire il suo prodotto in gran parte nella parte finale del trimestre. Inoltre la Commissione sembra aver accettato che Astra Zeneca non assumesse impegni di fornitura vincolanti nel suo contratto, limitandosi a promettere il best effort: il ‘massimo dello sforzo’. In altri termini, la casa farmaceutica saprebbe di non dover versare indennizzi in caso di ritardi”. (Continua a leggere dopo la foto)

È bello leggere che ora anche il Corriere scrive della “vulnerabilità di Ursula von der Leyen. La vicenda dei vaccini ha messo in evidenza quanto sia fragile l’approccio centralizzatore di questa donna politica di carriera tedesca, che a Bruxelles di fatto vive all’interno del suo ufficio (in una dépendance nello stesso corridoio, per l’esattezza) e condivide tutto solo con pochissimi collaboratori di sempre che si è portata da Berlino. Persino i commissari europei sono spesso tenuti all’oscuro delle sue decisioni fino all’ultimo e vengono poi accusati in pubblico dalla stessa von der Leyen al primo incidente, come accaduto a Dombrovskis. Lo stile di leadership di von der Leyen la espone a gravi errori e sta provocando tensioni a Bruxelles”.

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