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Tu ci chiudi, tu ci paghi!

di Thomas Fazi.

Le misure previste dal nuovo DPCM (chiusura generalizzata di bar e ristoranti dopo le 18, così come di cinema e teatri) rischiano di dare il colpo di grazia ad interi settori – quello della ristorazione, dei lavoratori dello spettacolo, dei commercianti, dei lavoratori dei turismo, degli eventi ecc., che coinvolgono milioni di lavoratori – già messi a durissima prova dalla pandemia, soprattutto a fronte delle risibili risorse messe a disposizione del governo per le categorie interessate dalle misure di restrizioni: 1,5-2 miliardi secondo le prime indiscrezioni, poco più di una mancetta, a fronte di un danno economico che si stima nell’ordine di più di 10 miliardi al mese. 

A questo punto non è più possibile stare in silenzio, illudendoci che “andrà tutto bene”. La verità è che non andrà bene per niente, a meno che cittadini, commercianti, lavoratori non si uniscano e non scendano nelle piazze (nel rispetto delle misure di sicurezza) per pretendere a gran voce che il governo metta in campo misure straordinarie, tra cui quello che alcuni hanno chiamato “reddito di quarantena”: trasferimenti a fondo perduto in forme congrue alle attività e alle famiglie colpite dalla crisi. Nessun diritto ci verrà regalato, dobbiamo pretenderlo. Proprio al fine di aggregare e dare voce alle proteste che inevitabilmente si moltiplicheranno in questi giorni è nato il gruppo Tu ci chiudi, tu ci paghi!.

Si dirà: ma il governo dove li prende i soldi? Innanzitutto, va denunciata la vergognosa propaganda di governo, che ha illuso gli italiani sul fatto che le risorse necessarie sarebbero arrivate dall’Europa. La verità è che il Recovery Fund, nei fatti, neanche esiste (deve ancora essere approvato da tutti i parlamenti nazionali); i fondi, se mai arriveranno, arriveranno troppo tardi (non prima della prossima estate) e saranno comunque un’inezia rispetto all’entità della crisi, oltre ad essere soggetti a condizionalità ancora più stringenti del MES.

Non esiste alternativa, nel breve, a un massiccio incremento del deficit. Si dice che i vincoli di bilancio europei sono stati sospesi. E allora il governo lo dimostri. Lo stimolo fiscale discrezionale messo in campo dal governo finora ammonta ad un risibile 5 per cento del PIL (come confermato dall’ultima Nota di aggiornamento al DEF), a fronte di un calo del PIL nell’ordine del 10 per cento, dato che non potrà che peggiorare in seguito alle nuove restrizioni. 

Molto meno di quanto fatto da tutti gli altri paesi avanzati (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda ecc.), ma in verità anche da molti paesi emergenti, che hanno tutti messo in campo stimoli fiscali nell’ordine del 10-20 per cento del PIL, come si può vedere nella seguente immagine, che si basa sui dati del Fondo monetario internazionale (FMI) (le linee blu scuro indicano lo stimolo fiscale discrezionale, l’unica cosa che conta veramente; quelle blu chiaro le garanzie bancarie, che come abbiamo visto in Italia hanno effetti molto limitati sull’economia reale).  

Non è un problema solo italiano. Come si può notare, tutti gli Stati dell’eurozona (ad eccezione della Germania) hanno realizzato stimoli fiscali nell’ordine del 5 per cento o meno del PIL: molto meno di quanto hanno fatto i paesi che dispongono della sovranità monetaria. Questo dimostra che, nei fatti, il vincolo dell’euro continua a limitare pesantemente i margini di manovra economici dei paesi dell’eurozona, e dunque la loro capacità di rispondere adeguatamente alla pandemia, a prescindere dalle azioni della BCE e dalla temporanea (appunto) sospensione del Patto di stabilità. 

La verità è che i governi dell’eurozona, e in particolare il nostro, oltre ad essere subalterni all’ideologia del vincolo esterno, sono probabilmente restii ad incrementare il deficit perché sanno che la sospensione dei vincoli di bilancio, così come le politiche di “monetizzazione” de facto della BCE, sono di natura temporanea, e dunque non vogliono rischiare di ritrovarsi con un debito che (ri-)diventerà immediatamente “insostenibile” nel momento in cui verrà meno la garanzia della BCE.

È una paura giustificata. Ma essa non può diventare una scusa per far naufragare la nostra economia e per rovinare l’esistenza di milioni di persone. Semmai non è altro che una conferma dell’insostenibilità del sistema euro. 

Dobbiamo dunque pretendere che il governo reperisca immediatamente le risorse necessarie per sostenere i settori colpiti dalle nuove restrizioni, nonché per mettere in campo misure di potenziamento dei trasporti e della sanità, nell’unico modo possibile, stante la gabbia dell’euro: emettendo titoli di Stato, per un valore pari ad almeno 100 miliardi, pretendendo che quei titoli vengano assorbiti per intero dalla BCE. Tra l’altro nel Conto di Tesoreria del MEF giacciono decine di miliardi non spesi: cosa diavolo aspetta il governo a usarli? 

Se tutto ciò avrà l’effetto collaterale di far emergere le contraddizioni di fondo dell’architettura europea, ben venga. I fatti di questi mesi lo hanno ampiamente dimostrato: l’unica strada per la salvezza dell’Italia è quella dell’Italexit. 

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