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Trent’anni di errori: così l’Italia è riuscita a perdere la produzione di vaccini

Un Paese, l’Italia, solitamente in prima linea nella ricerca e nello sviluppo di terapie di immunizzazione. E che si è invece trovato di colpo indietro, e parecchio, nella corsa contro il Covid-19, costretto a scontare da un lato gli errori del passato, come il disastro Enimont e la cessione della senese Sclavo ai colossi di Big Pharma, e dall’altro quelli presenti firmati dall’Unione Europea. Pronta, nello specifico, a legarsi con contratti onerosissimi alle multinazionali del farmaco salvo poi scoprire, senza sorpresa, che tempi di consegna e quantità non sarebbero stati quelli previsti. Il piano di vaccinazione è così partito al rallentatore, aggravando la percezione di una crisi che soffoca già da mesi la popolazione. Con una beffa: l’Italia ha gettato letteralmente al vento la possibilità di avere un proprio vacino, fatto in casa.

Trent'anni di errori: così l'Italia è riuscita a perdere la produzione di vaccini

Gli errori italiani nell’area farmaceutica hanno origini ormai antiche. Oggi, il settore occupa circa 80 mila dipendenti che arrivano a 150 mila con l’indotto, anche se la produzione di vaccini non svetta. Dopo una lunga storia di scoperte all’avanguardia, il luglio 1990 è stato per esempio il mese del crack Enimont e dell’acquisto di Sclavo (azienda che sul finire degli anni ’60 aveva attratto l’inventore delle cure anti-polio Albert Sabin) da parte del gruppo Marcucci. La Sclavo venne poi smembrata in tre cordoni, con i vaccini ceduti agli svizzero-americani Biocine e la diagnostica venduta alla Bayer.

Trent'anni di errori: così l'Italia è riuscita a perdere la produzione di vaccini

Negli anni successivi, Sclavi avrebbe lanciato il vaccino antinfluenzale Fluad (1997), specializzandosi poi in quelli contro la meningite B. Successivamente, la gestione dei vaccini è finita in mano ai britannici di Gsk, che a Siena hanno investito 457 milioni di euro e oggi collaborano con la francese Sanofi Pasteur e la tedesca Curevac per la produzione di vaccini anti-Covid. A tal proposito, il ministro Giorgetti ha salutato l’accordo tra Invitalia, Regione Toscana, Toscana Life Sciences Sviluppo e ministero dello Sviluppo Economico come il primo passo verso la produzione italiana di farmaci per combattere il coronavirus. Ma, come spiegato in un’analisi del Fatto Quotidiano, i tempi saranno in realtà molto lunghi.

Trent'anni di errori: così l'Italia è riuscita a perdere la produzione di vaccini

Il sito senese di Rosia, infatti, avrebbe la possibilità di confezionare “30 milioni di dosi di vaccino anti-Covid al mese”, ma i problemi riguardano “la disponiblità di produrre il principio attivo. Non basta pensare alla costruzione di un bioreattore, serve una filiera con tecnologie e sistemi integrati di produzione controllati”. Un passaggio già invocato in passato, ma mai realizzato. Tania Cernuschi del dipartimento Immunizzazione dell’Oms ha spiegato che “solo ora l’Italia scopre la questione della possibilità di produzione di vaccini a livello locale”. Pagando il conto per la mancata “predisposizione di una struttura operativa di pronto intervento da attivare in caso di necessità. Un tema che solleva questioni anche di sostenibilità ed efficienza”.

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