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La tragedia del Morandi tra giustizia e il senso del giusto

di Gianluigi Paragone

“Serve una giustizia dal volto umano”, dice la presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia nella sua prima intervista al quotidiano La Repubblica. È una frase jolly che vale per tutte le partite difficili, tasse in testa: “Vogliamo un fisco amico”, si sente dire spesso. La verità è che sarebbe sufficiente rispettare quel patto sociale per cui ognuno compie bene il proprio dovere. La giustizia non sempre può avere un volto umano, perché la giustizia processuale spesso non coincide con il senso del giusto che la vittima o una comunità ferita cerca. Sabato ero a Genova per una manifestazione organizzata, tra gli altri, dall’associazione che riunisce le famiglie colpite dalla tragedia del Ponte Morandi. L’ho fatto in concomitanza con la manifestazione del Movimento Cinquestelle contro i vitalizi, la cui sopravvivenza viene percepita come una disparità di trattamento rispetto al regime pensionistico delle persone comuni. Per quella disparità i big pentastellati hanno chiamato la piazza.

Un sentimento ancor più forte di ingiustizia l’ho percepito in un’altra piazza, a Genova appunto dove ci siamo ritrovati; una piazza dal nome altamente simbolico: piazza Sandro Pertini. Cosa possa fare di più il Movimento rispetto all’abolizione dei vitalizi non lo so; cosa possa – anzi debba – fare di più perché sul “vitalizio autostradale” di Benetton e soci il senso del giusto anticipi il volto umano della giustizia di cui parla la Cartabia, mi è chiaro: deve andare in consiglio dei ministri e imporre la revoca o l’annullamento della concessione così come ha promesso ai parenti delle vittime e a tutti coloro che ieri erano in piazza sotto le bandiere di una associazione che si chiama “Autostrade Chiare”.

Giustizia e trasparenza infatti sono due requisiti che sulla partita delle concessioni (autostradali e non solo) meritano il rigore più assoluto, eppure un’altra settimana è trascorsa senza che il Movimento e la maggioranza abbiano agito. A onor del vero, ho sentito parlare di un intervento di Cassa Depositi e Prestiti (cioè i soldi nostri, tra cui i risparmi degli italiani nei libretti postali) in Aspi: soldi pubblici per controllare un bene pubblico, il massimo dell’acrobatismo. Le storie che ho raccolto sabato nella piazza di Genova erano impregnate di dolore e di sdegno verso coloro che avrebbero dovuto curare un bene pubblico con il massimo della diligenza e non lo hanno fatto. Ma non solo.

In piazza ho conosciuto la mamma di Mirko Vicini, l’ultima vittima del Morandi. La signora Paola mi ha consegnato una storia che io ho l’obbligo di girare a tutti coloro che mi seguono e che porterò all’attenzione delle istituzioni: la sua domanda all’Inail di risarcimento per la morte del figlio è stata rigettata! Perché? Perché viveva con i genitori e non aveva una famiglia da mantenere, così come prevede la legge. Nella stessa situazione della signora Paola si trova anche la mamma di Marius Djerri. Ora, non è una questione di denaro o di risarcimento; il diniego da parte dell’Inail – un diniego conforme alla legge – è esattamente l’opposto di quel volto umano che la giustizia e lo Stato dovrebbero avere.

La legge e la freddezza dell’Inail di fatto creano vittime di serie A e vittime di serie B pure in quella assurda tragedia che è il crollo del Ponte Morandi. E’ giusto? Certo che no. E’ conforme alla legge? Sì, ma a questo punto poco importa. Soprattutto se nessuno all’interno delle Istituzioni ha voluto mai rispondere all’appello della signora Paola, eccetto il Capo dello Stato Sergio Mattarella, alle cui parole però non è seguito alcun correttivo.

Questo editoriale è stato pubblicato su Il Tempo del 17 febbraio 2020.

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