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Pieni poteri alla Polizia Europea sui cittadini italiani. Cadono i limiti imposti dalle leggi nazionali

Pubblicato il 30/06/2022 19:04

È risaputo che alcune nazioni estere non abbiano tra le proprie priorità la tutela della privacy online dei propri cittadini. Molti dati, infatti, vengono utilizzati senza alcun ritegno per ottimizzare i sistemi di sorveglianza. Stranamente, l’Unione Europea si è sempre dimostrata una virtuosa eccezione, peccato che un recente emendamento abbia fatto sì che siano garantiti all’Europol quegli stessi poteri che normalmente attribuiamo ai Governi autoritari.
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Cos’è l’Europol

L’Europol è l’agenzia UE che coordina le polizie dei Paesi Membri in caso di indagini relative al crimine organizzato di portata internazionale. Essendo un’attività di sicurezza governativa, l’Europol non è soggetta alle leggi sulla privacy digitale codificate nel GDPR. Vi sono però alcune limitazioni che dovrebbero quanto meno tutelare i cittadini da eventuali abusi. Limitazioni garantite anche dal Data Subject Categorisation (DSC), il quale è appena stato, di fatto, archiviato. Come spesso accade nelle alte sfere europee, nel silenzio generale, il 27 giugno 2022 il Parlamento ed il Consiglio UE si sono mossi per formalizzare un emendamento che è immediatamente entrato in vigore. Tale modifica ha decretato un sostanzioso aumento dei poteri dell’Europol, entità che in passato era peraltro finita nel mirino dello European Data Protection Supervisor (EDPS), l’autorità di sorveglianza indipendente che vigila sulla tutela della privacy da parte delle istituzioni europee.
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La denuncia dell’autorità di controllo

Come riporta L’Indipendente, lo scorso gennaio, proprio l’EDPS aveva denunciato una gestione “allegra” dei dati da parte dell’Europol, asserendo che il loro modus operandi fosse contrario alle norme di legge. L’agenzia poliziesca, infatti, avrebbe preservato illegalmente nei propri archivi le informazioni di soggetti non coinvolti nei crimini al centro delle indagini. Successivamente l’organo di vigilanza aveva imposto che le informazioni raccolte venissero scremate e regolarizzate nell’arco di dodici mesi, pena la cancellazione coatta di quanto contenuto sui server.
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Due piccioni con una fava per l’Europol

Grazie al recente emendamento, l’Unione Europea ha letteralmente preso due piccioni con una fava. Con l’approvazione, infatti, ha annullato i presupposti su cui si appoggiava la decisione dell’EDPS, ed ha anche provveduto a intensificare considerevolmente l’efficienza della sorveglianza poliziesca. Allo stato attuale l’Europol può trattare i dati dei non indagati al pari di coloro che hanno legami con la malavita e per di più questa variazione ha valore retroattivo, andando ad annullare di fatto l’ordine di adeguamento.
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Sempre più verso il controllo totale

Ma non è tutto. Vi sono, infatti, altri risvolti abbastanza inquietanti, come spiegato dalla stessa polizia europea. L’aggiornamento assicura ai suoi uffici la possibilità di sviluppare e applicare nuove tecnologie ai fini di combattere la malavita internazionale, nonché garantisce maggiore spazio di manovra nell’ottenimento dei dati digitali direttamente dalle aziende private. Se si considera, inoltre, che nel 2023 dovrebbe essere varato l’avvio del progetto europeo di gestione dei dati criminali, attraverso sistemi di machine learning e Big Data, INFINITY, le tempistiche non possono che destare qualche sospetto.
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Il paradosso dell’autocontrollo

La stessa EDPS parla di un «indebolimento del diritto fondamentale alla protezione dei dati». L’organo di vigilanza evidenzia come i nuovi poteri polizieschi non siano compensati da tutele adeguate, facendo notare che ora starà all’Europol ad autonormarsi per non sfociare in ulteriori abusi. Il controllato che diventa controllore di sé stesso, una pratica non poi così rara in Europa, che abbiamo già visto negli ambiti dell’ Agenzia Europea del Farmaco (EMA). Non proprio una situazione rassicurante.

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