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“Liste d’attese infinite: ecco come prendono in giro i pazienti italiani”. La denuncia di Milena Gabanelli

Pubblicato il 18/05/2022 12:19

Com’è possibile che i pazienti vengano presi regolarmente in giro con liste di attese lunghissime quando, di contro, il Sistema sanitario nazionale deve garantire per legge una prestazione in 72 ore se urgente, entro 10 giorni se c’è il codice “breve”, entro 30 giorni per una visita e 60 per un esame se è differibile, e ancora entro 120 se sono programmati? Una domanda alla quale ha cercato di rispondere Milena Gabanelli sulle pagine del Corriere della Sera, spiegando come i diritti degli italiani vengano puntualmente calpestati.

Secondo la legge, è il medico che al momento della prescrizione indica il codice di priorità sulla ricetta: “Lo prevede il Piano nazionale di governo delle liste di attesa (Pngla) del febbraio 2019 con il quale, secondo le buone intenzioni dell’allora ministro alla Salute Giulia Grillo, avrebbero dovuto essere assicurati tempi certi per le prestazioni in modo da riportare il diritto alla salute, garantito dall’articolo 32 della Costituzione, al centro del Ssn. La prenotazione della visita medica o di un esame diagnostico deve avvenire con in mano la prescrizione medica, il codice fiscale e la tessera sanitaria tramite i Cup telefonici, allo sportello dell’ospedale oppure tramite i siti online regionali. A ciascuno vengono comunicate le date disponibili che troppo spesso sforano i tempi di legge”.

Come mai, nonostante queste prescrizioni e strumenti correttivi, il meccanismo non funziona? I motivi sono cinque: “Prendiamo il sito della Toscana. Il tempo di attesa nel 2020 per una risonanza magnetica all’addome è indicato in 69 giorni. Ma non viene detto se è una prestazione da garantire subito, entro 10 giorni, 30 o 60. Lo stesso avviene in Emilia-Romagna, nelle Province autonome di Bolzano e Trento e in Calabria. Questi siti delle Regioni, che inseriscono il tempo di attesa medio senza fare distinzione in base al codice di priorità (urgente, breve, differibile o programmato), di fatto pubblicano informazioni inutili”.

E ancora, spiega Gabanelli: “In Molise il calcolo dei tempi di attesa viene fatto solo su una settimana a discrezione, in Calabria e in Veneto su un giorno-indice. In Friuli-Venezia Giulia e Campania vengono pubblicati solo i dati di alcune aziende sanitarie, probabilmente le più efficienti. I risultati rischiano dunque di essere falsati. La lista delle prestazioni da monitorare per legge non viene rispettata. In 17 Regioni rilevano meno visite ed esami di quelli indicati dal Pngla (Basilicata, Campania, Calabria, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Molise, Pa Bolzano e Trento, Piemonte, Sicilia, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto)”.

Tutto questo avviene perché si è fatta una norma sul monitoraggio che dice alle Regioni: “Dovete inserire i dati, ma potete scegliere il criterio che per voi funziona meglio. Ovviamente ogni Regione adotta il criterio che le conviene di più”. Alla fine, così, si producono montagne di carta per dimostrare che tutto va bene. Quando in realtà, le cose non vanno bene per niente.

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