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Le mire di Conte sui servizi segreti che agitano Di Maio e Zingaretti

Cosa si nasconde dietro la mossa di Giuseppe Conte, che ha infilato a forza la modifica dei servizi segreti italiani all’interno del decreto di fine luglio, quello teoricamente funzionale al prolungamento dello stato di emergenza per il Paese? Un passaggio venuto alla luce soltanto qualche giorno dopo la pubblicazione del testo, senza che il governo spendesse una sola parola per fornire spiegazioni ai cittadini, comprensibilmente sorpresi. E che cela, però, le tensioni del premier e degli altri esponenti della maggioranza giallorossa intorno a una partita molto più complicata di quanto si possa immaginare.

Convinzione comune per Conte, Di Maio e Zingaretti è infatti quella che, in un momento così concitato per il Paese e per il suo esecutivo, assicurarsi l’appoggio dei vertici dei servizi segreti equivalga a stipulare una preziosa polizza di assicurazione sulla vita, particolarmente utile in un momento di fragilità dei tre leader. E così le mire giallorosse si sono spostate su Aise e Aisi, le due agenzie di intelligence italiane, sul Dis (Dipartimento Informazioni per la Sicurezza) e sul comando dell’Arma dei carabinieri. In particolare è stato il premier Conte a muoversi in questi mesi per incastrare i pezzi nella maniera a lui più favorevole possibile.

Come ricostruito da Carlo Bonini sulle pagine di Repubblica, Conte già a maggio aveva messo nel mirino i vertici di Aise e Aisi, occupati da Luciano Carta e Marco Parente. Il primo sarebbe dovuto essere sostituito, nei piani del premier, dal generale Giovanni Caravelli e, nel ruolo di vice, da Roberto Mancini, figura che da vent’anni si muove tra le agenzie di intelligence. Come ricostruito da Carlo Bonini sulle pagine di Repubblica, però, il piano è riuscito solo in parte: fatto fuori Carta, il premier non è stato in grado di imporre Mancini come vice di Caravelli all’Aise né di liberarsi di Parente all’Aisi. In attesa dell’autunno, quando arriverà il momento di sostituire Vecchione al Dis e Giovanni Nistri all’Arma, ecco poi la gaffe della riforma “nascosta” dei servizi segreti.

Dietro quella forzatura arrivata dietro copertura di un decreto legge di tutt’altra ratio, Conte ha assicurato la possibilità di prolungare per un massimo di 8 anni i vertici dei nostri 007. A chi tornerà di comodo la rivoluzione segreta del premier? Presto per dirlo, la partita è ancora lunga. E vede come attore protagonista anche Luigi Di Maio, perfettamente a suo agio nel destreggiarsi nei palazzi che contano. L’uomo forte del ministro degli Esteri è il generale del corpo d’armata dei carabinieri Angelo Agovino, per il quale potrebbero aprirsi le porte del Comando dell’Arma o la direzione di un Servizio. Anche come risposta all’insistenza di Conte sul nome di Marco Mancini. Mentre il Pd osserva e ragiona sulla possibilità di avanzare a sua volta la sua pretesa: Zingaretti al Viminale. Una partita ancora lunga e dall’esito tutt’altro che scontato.

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