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La scuola serve per costruire l’identità nazionale. Abbiamo paura a dirlo?

Pubblicato il 09/04/2024 09:54 - Aggiornato il 09/04/2024 16:39

L’altra sera ero ospite da Paolo Del Debbio e ci siamo ritrovati a discutere di un tema che anche ieri Libero ha posto in risalto: il tetto al numero di bambini stranieri in classe e richieste tipo quella di sospendere le lezioni in coincidenza con la fine del Ramadan. Ci si domandava se fosse una decisione giusta o meno.
La domanda però credo che non sia quella essenziale. La domanda centrale è se pensiamo che la scuola serva ancora a costruire una identità nazionale oppure se dobbiamo progressivamente arrenderci alle logiche di globalizzazione dove le identità – soprattutto le nostre – sono relative rispetto all’idea di una contaminazione progressiva che relativizzi ogni aspetto identitario nazionale. A scuola di costruisce la Nazione: siete d’accordo sì o no?

Lo dicevo in trasmissione all’esponente del Pd e al rappresentante della comunità musulmana: io sono un conservatore e rivendico “per” la scuola un ruolo fondamentale e “nella” scuola il luogo dove si trasmette ciò che è l’identità nazionale. La Lingua, l’italiano: non è possibile che anche le regole grammaticali si debbano piegare alla comunicazione social o alla scrittura con asterischi per non parlare dei generi. L’insegnamento della lingua nazionale è fondamentale per sentirsi integrati e prevede un ancoraggio alle regole grammaticali fondamentali. Lo studio della Storia è lo studio delle nostre tracce, di ciò che alla lunga ha lasciato una testimonianza di quel che siamo: nessuno mette in dubbio che altre civiltà abbiano avuto il loro peso ma noi studiamo ciò che ha costruito l’identità nazionale. Lo stesso vale per la letteratura, l’arte, la musica: com’è possibile che in Corea conoscano Verdi, Puccini e Rossini mentre da noi il melodramma è un grande boh (magari qualcuno lo confonde pure coi neomelodici). L’opera parla italiano ed è nella scuola che dobbiamo affermarlo. Con passione più che col rigore dei voti.

La scuola è un pezzo fondamentale delle Nazioni e deciderne il “senso” tocca alla politica. Destra e sinistra pari non sono; e sarebbe bene che anche i cattolici riaffermassero il nostro senso culturale di riferimento che non significa confinarsi all’ora di religione ma raccontare il senso del sacro che trovi nella pittura, nella scultura, nella letteratura, nella musica. Persino nella geografia dove i nomi dei santi sono i nomi dei Comuni, per non dire di quel patrimonio dimenticato che sono le feste patronali. Insomma ciò che noi siamo – cioè – l’identità nazionale passa dalla scuola. E la scuola non può essere, specie nelle elementari e nelle medie, appannaggio di contaminazioni perché dobbiamo venire incontro alle esigenze delle varie comunità presenti in classe. I figli degli stranieri che nascono in Italia possono parlare italiano anche bene ma non significa che la loro identità sia quella italiana. Potrebbe esserlo laddove nel percorso educativo avvertono che ciò che hanno imparato è il loro idem sentire. La scuola quindi è la garanzia che stiamo costruendo una cittadinanza dentro una idea di Nazione, che, nel caso italiano, è un caleidoscopio di identità territoriali, tutte pienamente riconosciute e valorizzate nell’identità nazionale.