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“Ecco perché sono indagati”: inchiesta Covid, cosa rischiano Conte, Speranza e Fontana

Pubblicato il 02/03/2023 11:55 - Aggiornato il 06/03/2023 11:17

Cosa rischiano l’ex premier Giuseppe Conte, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, il governatore della Lombardia Attilio Fontana e il suo ex assessore al Welfare Giulio Gallera? E perché sono finiti indagati per la gestione dell’emergenza Covid? Domande che si stanno ponendo tantissimi italiani in queste ore e che hanno a che fare con quanto accaduto nei primi mesi della pandemia, quando il virus venuto dalla Cina aveva già iniziato a diffondersi nel Nord Italia. Giorni drammatici, durante i quali si registrarono 114.800 contagi e 16.994 morti. Una tragedia causata, come spiegato dal procuratore di Bergamo Antonio Chiappani, non solo dalle mancate ammissioni di Pechino e dai balbettii dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma anche dalle “gravi omissioni nella valutazione dei rischi pandemici e nella gestione della prima fase della pandemia”. Con Conte, Speranza, Fontana e Gallera sono stati iscritti nel registro degli indagati il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro, il coordinatore del vecchio Cts Agostino Miozzo, l’ex capo della Protezione Civile Angelo Borrelli e il presidente del Consiglio Superiore della Sanità Franco Locatelli. (Continua a leggere dopo la foto)
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Come raccontato dal Fatto Quotidiano, l’indagine condotta dal procuratore aggiunto Maria Cristina Rota con quattro pm e la Guardia di Finanza ha disegnato due grandi capi di imputazione. Il primo riguarda la mancata applicazione del “Piano Nazionale di Preparazione e risposta per una pandemia influenzale”, non più aggiornato dal 2006 ma che dettava comunque adempimenti da seguire. E che avrebbe dovuto far scattare misure fin dal 5 gennaio 2020, ovvero quando l’Oms diramò l’allarme per le polmoniti provenienti dalla Cina. (Continua a leggere dopo la foto)

A causa della mancata attuazione del Piano pandemico sono indagati, con le ipotesi di epidemia colposa aggravata, omicidio colposo e rifiuto di atti d’ufficio, l’ex capo della Prevenzione della Salute Claudio D’Amario su cui gravava l’obbligo di attivare le misure, Brusaferro che per i pm avrebbe proposto al Cts di accantonare il Piano, Borrelli che dal 30 gennaio era commissario all’emergenza, e l’ex ministro Speranza, per il quale la legge prevede la corsia speciale del Tribunale dei ministri. Gallera e l’allora direttore Welfare Luigi Cajazzo rispondono delle stesse contestazioni per la mancata attuazione del Piano pandemico lombardo. (Continua a leggere dopo la foto)

L’altro grande capo d’accusa riguarda la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana, in particolare nell’area di Alzano e a Nembro. In questo caso le ipotesi di reato sono epidemia colposa e omicidio colposo e gli indagati sono Conte, Fontana, Brusaferro, D’Amario, Miozzo, Locatelli, l’ex segretario generale della Salute Giuseppe Ruocco, il responsabile delle Malattie infettive Francesco Maraglino, l’ex direttore della Programmazione sanitaria Andrea Urbani, l’allora direttore scientifico dello Spallanzani Giuseppe Ippolito e il direttore della Sanità di frontiera Mauro Dionisio. Per i consulenti dei pm, con un’ipotetica zona rossa si sarebbero potuti evitare almeno 4.148 morti. La Procura di Bergamo ha riscontrato gravi responsabilità anche per i vertici delle aziende sanitarie di Bergamo e Bergamo est.

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