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“Un’armata Brancaleone!”. Inchiesta Covid, le vergognose dichiarazioni nei verbali desecretati

Pubblicato il 05/03/2023 11:38 - Aggiornato il 05/03/2023 11:39

Un’armata Brancaleone”. Lo dicevano gli amministratori stessi, incaricati di arginare in qualche modo l’emergenza Covid, nelle sue prime fasi e nell’epicentro dell’emergenza. È l’assai desolante quadro che emerge dai verbali dell’inchiesta di Bergamo. Dagli atti della procura emergono rimpalli e reciproche accuse di insipienza. Apprendiamo dalla lettura de la Repubblica, che ha anche rilasciato i contenuti di una chat dei dirigenti del ministero della Salute, il momento preciso in cui, alle 16 del 29 gennaio 2020, una dirigente della Regione Lombardia usò quelle parole, citando la commedia di Mario Monicelli e la sua scalcagnata e improbabile armata. Così, dunque, con totale impreparazione e una buona dose di improvvisazione, si affrontava il problema sanitario. L’inchiesta bergamasca, partita per le denunce e segnalazioni in primis dei famigliari dei numerosi morti di Covid in quella zona, vede il suo filone principale nella mancata zona rossa nel focolaio tra Alzano e Nembro, e uno successivo – ma affatto secondario – nel mancato aggiornamento del piano pandemico. A riguardo della mancata zona rossa, in particolare, davanti ai pm si è palesato il grande classico italiano dello scaricabarile. Se, per il virologo Andrea Crisanti, consulente della Procura, non si è agito perché i costi, tanto economici quanto politici, hanno prevalso “sull’esigenza di proteggere operatori del sistema sanitario e cittadini”, l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha altresì dichiarato che “il documento firmato da Speranza non è mai stato nelle mie mani”, aggiungendo di averlo saputo “dopo”. “Allorquando ho firmato la proposta di Dpcm, ne avevo già parlato con il presidente Conte”, dice invece Roberto Speranza, ascoltato in Procura. Per Attilio Fontana, il presidente riconfermato della Regione Lombardia, “La nostra proposta è stata quella di istituire una zona rossa”, sebbene Conte neghi di aver ricevuto la proposta lombarda. Tutti contro tutti, dunque. Quello che si definisce stallo alla messicana. (Continua a leggere dopo la foto)
>>> Indagati Conte e Speranza! Chiusa l’inchiesta di Bergamo sulla gestione del Covid, cosa rischiano

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Fontana è tra i destinatari delle notifiche per i reati di epidemia colposa aggravata, omicidio colposo plurimo, rifiuto di atti di uffici, assieme agli stessi Conte e Speranza, l’ex assessore lombardo Giulio Gallera, il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, il coordinatore del primo Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo; l’allora capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, e il presidente del Consiglio superiore di Sanità, Franco Locatelli. Il premio Nobel Giorgio Parisi, all’epoca presidente dell’Accademia dei Lincei, sollecitò, stando a quanto emerge, proprio l’istituzione tempestiva della zona rossa, in una mail a Silvio Brusaferro. Il quotidiano romano fornisce informazioni circoscritte e numerosi virgolettati, ma l’articolo di Sandro De Riccardis e Rosario Di Raimondo, ci porta anche negli uffici del ministero. L’ex sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa (Pd), come annota la Guardia di Finanza, avrebbe detto quello che in molti pensano, e pensavano anche nell’immediatezza dei fatti: “Alcuni dei nostri al governo sono tragicomici”. Persino il capo di gabinetto del ministro Speranza, Goffredo Zaccardi, in una chat lamenta: “una buona prevenzione e un rafforzamento della strutture avrebbero evitato un disastro di cui non capiscono la portata”. Zaccardi, dunque, ha scritto nella medesima chat di “Pareri del comitato difformi da Conte e ministro, ripensamenti sollecitati, gente richiamata qui… La guerra mondiale”. Luigi Cajazzo, direttore della Sanità lombarda, avrebbe anche sollecitato l’aiuto del governatore del Veneto, Zaia, che però lo avrebbe negato. (Continua a leggere dopo la foto)

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E ancora: Andrea Urbani, un altro dirigente del ministero della Salute, l’8 aprile ha ammesso che al ministero ci siano “direzioni deboli e incompetenti”. I pm, inoltre, si sono concentrati sulla figura di Claudio D’Amario, dirigente del ministero, “per le sue continue assenze”. Anche questo potrebbe aver influito negativamente sulla gestione della pandemia.

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