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Filosofi e intellettuali contro Agamben

Di Vincenzo Vitale.

Nulla è più divertente che ascoltare chi, parlando, non sa di cosa parli: e maggiormente  quelli che si autodefiniscano “filosofi e intellettuali”, come fanno i cento firmatari di un recente documento che contesta le tesi di Giorgio Agamben e dei suoi “colleghi” ( così li chiamano ), molto critiche su vaccini e green pass.

La prima cosa che diverte è che essi si presentino come filosofi e intellettuali, mostrando di non aver inteso come quella di filosofo non sia una professione – alla stregua di avvocato o ingegnere – ma il modo di ogni essere umano quando si fa delle domande cercando possibili risposte; e come l’intellettuale non sia uno che usa l’intelletto meglio di altri che invece sono mezzi scemi, ma un faticoso e rischioso ruolo sociale che, criticando il potere ( anche perché non si son mai visti intellettuali filogovernativi, tranne quelli “organici” al partito, che però intellettuali non sono )  non richiede intelletto, ma coraggio: ne è paradigma Zola, nel difendere Dreyfus. 

Ne viene che costoro non sono filosofi di professione né intellettuali, ma soltanto docenti universitari di discipline filosofiche: il che non è la stessa cosa, ma loro sembrano ignorarlo ( e allora che filosofi sono? ). E che poi alludano a Massimo Cacciari o a Bernard Henri Lévy, definendoli “colleghi” di Agamben ( e dunque non di loro medesimi ) supera la soglia del comico, visto che si tratta di pensatori di prima grandezza nel panorama internazionale e non di semplici docenti universitari. Come dire che Einstein era un professore di fisica: una battuta umoristica.  

Da qui la inconsistenza delle loro cinque obiezioni. 

La prima contesta un errore di fatto di Agamben: falso – dicono i cento filosofi – che i vaccini non siano stati sperimentati. Falso invece – dico io – che davvero lo siano stati. Due le prove: da un lato, il bugiardino vaccinale dice che la sperimentazione finirà per alcuni nel dicembre 2023, per altri a fine 2022; da altro lato, che la sperimentazione non sia stata completata lo hanno affermato diversi virologi in televisione, più volte: i cento filosofi dunque lo dimenticano. 

La seconda nega che ci si trovi in uno stato d’eccezione, pericolosamente esposto ad un controllo biopolitico tendenzialmente anticostituzionale. Siamo invece – dicono i cento filosofi– in una “emergenza sanitaria che non ha nulla a che fare con altre forme di emergenza ( come la lotta al terrorismo )”. Non si accorgono così – dico io – che una emergenza sanitaria che non ha nulla a che fare con altre forme di emergenza, costituisce appunto una “eccezione”: i cento filosofi dunque si contraddicono, ma non lo comprendono. 

La terza contesta che anche nell’epidemia di colera napoletana del 1973 – dicono i cento filosofi – si operò una vaccinazione di massa: vero – dico io – ma fu del tutto volontaria e tutto durò circa due mesi: i cento filosofi scelgono dunque un esempio contro-probante, ma non se ne accorgono. 

La quarta afferma la inesistenza di ogni discriminazione da parte del green pass, altrimenti – dicono i cento filosofi – sarebbe come sostenere che la patente di guida determini una distinzione fra cittadini di serie A e di serie B. Qui siamo davvero al surreale – dico io – dal momento che il diritto di guidare un’auto non è parificabile ai diritti naturali protetti dalla Costituzione ( diritto di libertà, di circolazione, di manifestazione del pensiero, di non subire trattamenti sanitari coercitivi ecc. ) e che perciò parificarli – come fanno i filosofi – è un esercizio grottesco e appunto surreale: i cento filosofi ignorano dunque l’abc del diritto e della organizzazione sociale custodita dal diritto.  

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L’ultima obiezione asserisce che il green pass non limita in alcun modo la libertà individuale, non più – dicono i cento filosofi – di quanto le regole della circolazione stradale limitino la libertà individuale di movimento. Anche in questo caso – dico io – l’esempio scelto non regge per nulla, per il semplice motivo che il green pass non incide sulla libertà come un semaforo sul mio diritto di circolare con l’auto, dal momento che il verde segue il rosso in modo preordinato dopo pochi secondi e basta attendere, mentre senza il green pass, peraltro a pagamento, si perde lo stipendio: un ricatto in piena regola. Insomma, i semafori, a differenza del green pass, non ricattano nessuno: i cento filosofi, dunque, non colgono questa banalissima ma fondamentale differenza. 

Se queste sono le sconcertanti osservazioni mosse ad Agamben da ben cento filosofi, povera filosofia…in che mani è finita !             

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