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“Epidemia colposa”: le indagini della Procura rischiano di travolgere Conte

Tempi decisamente non troppo buoni, questi, per l’ex premier Giuseppe Conte. Alle prese con il tracollo elettore del suo Movimento, con le indagini sul caso Di Donna (legale a lui vicino indagato per traffico di influenze illecite). E ora anche con l’ombra del processo per epidemia colposa, assieme al ministro della Salute Roberto Speranza e al suo entourage, all’ex numero due dell’Oms Ranieri Guerra e ai vertici del Cts e dell’Iss. Con la Procura di Bergamo che pare determinata ad andare fino in fondo.

Pd, Lega e M5S sono riusciti a uccidere sul nascere la Commissione parlamentare d’inchiesta che avrebbe dovuto fare chiarezza su quanto accaduto agli inizi della pandemia. Ma il lavoro della Procura, in questi mesi, è proseguito incessante. Arricchendosi di nuovi elementi, ammissioni, ricostruzioni che dimostrano come certe scelte abbiano favorito la diffusione del virus in Italia piuttosto che rallentarla. Tra questi, per esempio, una cartella clinica resa nota dal Il Giornale: un 54enne cinese della Valle Seriana ricoverato il 26 gennaio 2020 all’ospedale di Seriate con sintomi Covid, che sposterebbe di un mese lo scoppio dell’epidemia nel nostro Paese.

A quel paziente non venne fatto alcun tampone per “mancanza di risorse”, come spiegato ai microfoni di Presa Diretta dall’ex direttore generale della Prevenzione del ministero della Sanità Claudio D’Amario, successore di Guerra. E ancora: esisterebbero “documenti che rivelano come l’Italia abbia disatteso anche le richieste Ue sui test ai viaggiatori provenienti da Wuhan, innescando il cluster nel cuore dell’Europa. Governo e Regioni non avevano né soldi né reagenti, sebbene fossero previsti dal piano pandemico del 2006, ignorato e non aggiornato dallo stesso Guerra e D’Amario”.

"Epidemia colposa": le indagini della Procura rischiano di travolgere Conte

Tra i punti più delicati che vedono chiamati in causa Conte e Speranza, c’è infine la decisione di non chiudere Alzano e Nembro, paesi colpiti da un focolaio di Covid a fine febbraio. Una scelta che secondo Pier Paolo Lunelli, consulente degli avvocati delle vittime, sarebbe costata migliaia di morti in più, evitabili: “Se si fosse chiuso anche il 27 febbraio ci sarebbero stati solo 61 morti over 65” ha spiegato davanti ai pm.

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