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Ecco perchè il green pass non garantisce la sicurezza. L’intervento al Senato del prof. Bizzarri

Il video che mostra l’intervento in aula del professore Mariano Bizzarri, associato di Patologia clinica e generale presso la Sapienza, università di Roma, invitato dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato, sta spopolando in rete. L’esperto Bizzari smonta pezzo dopo pezzo l’impianto di controllo basato sul Green Pass che è stato messo in piedi da questo governo scellerato. Nello specifico si sofferma sulla fondatezza scientifica del green pass.

“Il green pass è uno strumento che garantisce a chi lo possiede di non essere un pericolo, cioè di non essere una persona infettante negli ambienti pubblici?” Il professore sviluppa l’argomentazione partendo da questa domanda e sviluppando il suo discorso su delle considerazioni -importantissime- che però non vengono prese in considerazione all’interno della narrazione della carta verde che hanno intessuto. Queste considerazioni, assunti con i quali cerca di rispondere alla domanda fulcro della sua presentazione, sono numerose le controversie che vengono enunciate, tra queste: la sopravvalutazione dei dati epidemiologici per quanto concerne l’incidenza, la sopravvalutazione dei dati epidemiologici per quanto concerne la letalità (quindi il conteggio dei morti), l’inadeguatezza della copertura vaccinale per via della durata.

Proecediamo con ordine. Perchè il professore parla di “sopravvalutazione dei dati epidemiologici” per quanto concerne l’incidenza? Perché sopravvalutazione? Perché è risaputo che il test produce un numero considerevole di falsi positivi che il NY Times ha stimato essere attorno al 90%. “Sopra un certo livello diamo per positive persone che in realtà non veicolano nessun virus. Quindi, in questo modo, viene equiparato in maniera errata il concetto di positivo (al test) a quello di infettante.
Inoltre è necessario considerare che i tamponi RT-PCR non distinguono tra i virus influenzali, gli altri coronavirus, e il Sars-cov-2. Infatti il CDC, centro statunitense di controllo malattie e prevenzione, ha stabilito che entro novembre di questo anno questi test vengano ritirati. Ovviamente se lo strumento a cui ci si affida produce dei falsi positivi, la narrazione dell’epidemia conseguente risulta falsata e quindi si avrà una sopravvalutazione dell’incidenza;

Per quanto riguarda invece la sopravvalutazione dei dati epidemiologici per quanto concerne la letalità, il professore domanda: “Come si contano i morti?” E poi sottolinea che è fondamentale considerare che, nella maggior parte dei casi, la malattia nelle sue forme gravi riguarda persone di età maggiore di 80 anni e quindi persone con due o più comorbidità che di per sé determinano l’exitus. Tant’è che nel corso delle ultime 4 epidemie, le semplici influenze non sono state meno letali di quella attuale. Stando ad un articolo pubblicato dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità), hanno infatti prodotto 68mila morti. Ma sembra che, all’interno della narrazione attuale, non si prendano in considerazione questi dati.

Tra le altre controversie che vengono menzionate dal professore e che dimostrano l’inadeguatezza del Green Pass come misura vi è quella che fa riferimento all’inadeguatezza della copertura vaccinale per via della sua durata. “Sappiamo che il vaccino è utile per ridurre le terapie intensive, ma la durata della copertura vaccinale per la variante delta a 4 mesi crolla al 53%. Quindi bisogna essere chiari: al quarto, quinto mese, essere in possesso di un green pass perchè si è vaccinati, garantisce al 50% di essere protetti. Questo risulta ancora più chiaro quando guardiamo la contagiosità”. Citando un report recente che viene fornito dal CDC, il professore mostra infine come le persone vaccinate, come quelle non vaccinate, possono essere altrettanto infettive a prescindere dalla vaccinazione, quindi non ci sono differenze nella possibilità di trasmettere. “Pertanto con quale criterio – si domanda e domanda il professore – si individua con il green pass una persona che sarebbe sana e non infettante mentre si preclude una serie di attività a chi non è portatore del green pass sulla base dello status vaccinale”?
Inoltre i dati veri (e non la propaganda), dice che la curva epidemica non è correlata con lo stato di vaccinazione della popolazione. Quindi non c’è un collegamento tra il numero di vaccinati e le persone infette. Se così fosse ci si aspetterebbe che all’aumentare del numero delle persone vaccinate diminuirebbe la curva epidemiologica. Il grafico mostra chiaramente che non c’è una correlazione, le due variabili sono indipendenti.

Sembra proprio che si voglia riscrivere la storia della medicina degli ultimi 200 anni.
Chi si è infettato con il covid, ha avuto la malattia ed è guarito, oggi sappiamo che ha una protezione permanente. La protezione offerta dalla immunità naturale è di gran lunga più efficace di quella offerta dal vaccino. Non possiamo reinventarci 200 anni di medicina per dimostrare che il vaccino sia più efficace dell’aver superato la malattia. È innegabile: aver superato la malattia offre una protezione maggiore. Ma se è così, per quale motivo il Green Pass, a chi è uscito guarito dall’esperienza del covid, deve essere limitato a sei mesi? Non solo è un’ingiustizia, ma un grave errore.

Fatte queste premesse, a rigor di logica (e soprattutto di dati che dal professore sono stati forniti) il Pass non garantisce che il possessore non possa infettare e alimenta per di più una falsa sicurezza. Inoltre, prosegue il professore, è gravissimo il fatto che non ci sia un sistema di farmacovigilanza attiva. Non stiamo cercando gli effetti collaterali e non siamo in grado di monitorarli esattamente. E invece sono importanti: perchè stiamo somministrando un vaccino in fase sperimentale.

Per vedere il video:

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