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Covid, ecco cosa c’era dietro il business dei vaccini. Ora per Big Pharma i conti non tornano più

Pubblicato il 20/03/2024 19:33 - Aggiornato il 20/03/2024 19:42

È finita la pacchia, verrebbe da dire con una brutale sintesi. Ora che la presunta emergenza sanitaria è terminata; ora che non si possono più fare affari d’oro con la commercializzazione di farmaci sperimentali che hanno chiamato “vaccini”, assai discutibili in quanto a sicurezza ed efficacia; ora che si è esaurita la psicosi indotta e la paranoia vaccinista e il terrore profuso dai media, cosa resta? Per migliaia di persone, pur sopravvissute ai malori improvvisi e ai problemi cardiaci o di altro genere, restano comunque effetti avversi e danni collaterali di una certa portata; e per le aziende farmaceutiche restano i conti in rosso. Big Pharma, da quando è finito l’affare Covid-19, fa fatica a riprendersi. Abbiamo scritto in passato di Pfizer e dei suoi 51 miliardi di dollari in meno di utili nel 2023, rispetto a quelli del 2022, un calo del 42%. Lo scorso dicembre le sue azioni erano quotate ai minimi da dieci anni. Ora, ci occupiamo di BioNtech, la partner tedesca di Pfizer, con cui ha prodotto il vaccino a mRNA  Comirnaty. Addirittura, gli utili sono crollati del 90%. Le azioni di BioNtech, quotate al Nasdaq, sono degradate del 30% in un anno. Pesano, non solo a livello economico, ma anche d’immagine, le migliaia di azioni legali in tutto il mondo per via dei gravi effetti avversi, decessi compresi. (Continua a leggere dopo la foto)

Crollo del 90%

Ecco cosa si nascondeva dietro le restrizioni alle libertà individuali e l’assunzione forzata di farmaci che non hanno osservato le necessarie fasi della sperimentazione, volte ad assicurare la salute degli assuntori, o dietro alle restrizioni che hanno mandato sul lastrico una miriade di attività. L’azienda tedesca ha registrato ricavi per 3,8 miliardi di euro nel 2023, in calo di oltre tre quarti rispetto al 2022. L’utile netto è stato invece di 930,3 milioni, con un crollo del 90% nel confronto con l’anno precedente, quando la domanda di vaccini anti-Covid aveva gonfiato a dismisura i bilanci delle case farmaceutiche. Magari, e lo capiamo molto bene, il lettore non sarà affatto turbato nel leggere dei conti in rosso dei produttori dei vaccini, ma inquieta non poco sapere che ora, tanto BioNtech quanto Pfizer e le altre componenti del cartello Big Pharma, si stanno orientando per un nuovo mercato (quella che per noi è salute, per loro è mercato. Non dimentichiamolo mai), ovvero le cure oncologiche. Nello specifico, l’azienda punta a lanciare il suo primo farmaco in questo settore nel 2026, come apprendiamo da MilanoFinanza. Ciò è motivo anche di una riorganizzazione interna: a luglio si insedierà la nuova chief commercial officer Annemarie Hanekamp, individuata per la sua esperienza nel lancio di prodotti oncologici, sviluppata per lunghi anni presso Novartis. Un business redditizio: per il fondo d’investimento Vanguard, il giro d’affari 556 miliardi di dollari nel 2030; erano 300 nel 2022. (Continua a leggere dopo la foto)

Il nuovo mercato di Big Pharma

Come anticipavamo, la concorrenza è già molto agguerrita: Pfizer, con le acquisizioni miliardarie delle società biotecnologiche Seagen e Trillium, ha messo le mani su due molecole promettenti nel trattamento dei tumori del sangue. Una tecnologia innovativa sulla quale i concorrenti Gilead AbbVie sono già presenti, avendo anch’essi acquistato recentemente delle società di biotecnologie. Ma, già nel 2021 Pfizer ha investito un miliardo nella biotech Arvinas, al quale si aggiungeranno 1,4 miliardi in funzione dei risultati, per sviluppare un trattamento contro il cancro al seno.

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